Chris Killen.
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La casa degli amanti indecisi.
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Titolo originale: The Bird Room.
Traduzione di: Costanza Prinetti.
2009. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
ISBN 978-88-06-19562-5.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Non sono un uomo. Sono un attaccapanni. Sono in piedi in un angolo del soggiorno, nudo. Il suo cappello preferito pende dalla mia erezione. Comincio ad avere freddo. Sono qui da troppo tempo. Dio, dovrei ricominciare da qualche altra parte.
Raccontato per paragrafi brevi come gli appunti di un diario, il romanzo dell'esordiente Chris Killen tocca con grazia le corde di coloro che vivono l'innamoramento
come estasi e tormento, tutti accomunati dall'inevitabilit di declino, caduta e fine di un amore.
Ci sono amori la cui imminente fine  prevedibile agli occhi degli altri, ma invisibile per chi ne  coinvolto in prima persona. Will  l'impacciato, irresistibile protagonista di una storia d'amore storta e devastante, che si snoda sull'orlo di un precipizio. Quando conosce Alice non riesce a credere alla fortuna che gli  capitata. Alice  sveglia, sexy, e innamorata di lui. Cosa che a Will risulta incomprensibile.
Perch Will  uno qualunque. Con un lavoro qualunque. Ben diverso sarebbe se fosse un tipo pi cool, magari un artista...
Will rimugina. E i dubbi diventano gelosia. La gelosia, ossessione. Cos, nel preciso istante in cui comincia la storia tra Will e Alice, comincia anche la lenta agonia del loro amore. Una struggente commedia sexy sull'amore e il sesso e le paranoie contemporanee. Vere, virtuali, mentali che siano.
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ALCUNI GIUDIZI.
Una meravigliosa miscela di sesso, malinconia e battute geniali. La casa degli amanti indecisi  un bellissimo romanzo a incastro.
Toby Litt.
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Un debutto narrativo abile e brioso. Un romanzo che pulsa energia...
The Independent.
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Killen si diverte a giocare con le identit in un modo che ricorda il David Lynch di Mulholland Drive.
Sunday Herald.
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L'AUTORE.
Chris Killen  nato nel 1981. Vive a Manchester. La casa degli amanti indecisi  il suo primo romanzo.
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Nel momento in cui osservo, devo espormi al fatto di essere attentamente osservato.
Yukio Mishima, Il Padiglione d'Oro.
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Non sono un uomo. Sono un attaccapanni.
Sono in piedi in un angolo del soggiorno, nudo. Il suo
cappello preferito pende dalla mia erezione. Comincio ad
avere freddo. Sono qui da troppo tempo.
Dio, dovrei ricominciare da qualche altra parte.
 Quadri di piccoli uccelli. Scriccioli, pettirossi, fringuelli,
pappagallini (un sacco di pappagallini), uccelli cos. Tutti
di un giallo, un rosso, un marrone e un verde brillanti,
tranne il piccione. Il piccione  grigio.
Sono sul divano. Lei  seduta accanto a me. Ha le gambe
accavallate. C' tanto spazio cos tra di noi. Will
 in cucina, a preparare il t. E la prima volta che si incontrano.
E una mia idea.
- Lui  Will, - dico.
Ci apre la porta in vestaglia. Tardo pomeriggio. La vestaglia
 macchiata di pittura e di cenere di sigaretta.
- Ciao, Will, - dice lei.
- Ciao, - dice lui.
- Will, lei  Alice.
Ci invita a entrare, lo seguiamo lungo il corridoio e ci
sediamo in soggiorno. Will sparisce in cucina. Dopo un po'
sentiamo il borbottio crescente di un bollitore. Non parliamo.
Lei  intenta a guardare i quadri. Io li ho gi visti.
- Com' andata la vacanza? - grido.
Grido un po' troppo forte.
Com' andata la vacanza? rimane sospeso nell'aria.
Comincia a fare pi rumore del bollitore. Lo ascoltiamo
seduti sul divano. Lei ha le gambe accavallate. Sono accavallate
lontano da me. Com' andata la vacanza? diventa
insopportabilmente, atrocemente rumoroso. Se tutti gli
uccelli di questi quadri cominciassero a cantare all'improvviso,
non riuscirebbero a fare pi rumore di Com' andata
la vacanza?
Voglio dire qualcos'altro, una cosa qualsiasi. Non mi
viene in mente niente. Alice non mi  di aiuto. Pensa che
Com' andata la vacanza? sia divertente.
Alla fine Will compare con tre tazze di t - la sua e
quella di Alice in una mano, la mia nell'altra.  cos alto
che deve chinarsi per entrare.
- Scusa, hai detto qualcosa? - dice, porgendomi la tazza.
Non riesco a ripeterlo.
- Com' andata la vacanza? - chiede lei.
Voglio versarmi addosso il t. Voglio versarmelo in testa
e sull'inguine.
-  andata bene, s, - dice lui. - Verso la fine  diventata
un po' strana, per.
Non aggiunge altro. Aspetta che gli chiediamo qualcosa.
In realt sta parlando a lei. Io sto solo ascoltando. Origliando.
E adesso la sta esaminando, chiedendosi probabilmente
come sono le sue tette. Non sa che ha dei grossi capezzoli.
Non sa che lei ha il complesso dei capezzoli grossi.
- Che vuoi dire? - chiede lei.
- Ora ti faccio vedere.
Will si alza e comincia a frugare in un cassetto. Quando
torna si siede accanto a lei sul divano, cos siamo tutti
e tre schiacciati in fila. Adesso non c' quasi pi spazio tra
di noi. Solo mezzo millimetro di nylon e jeans separa la
carne del ginocchio di Alice dalla carne del mio ginocchio.
Bevo un sorso di t. Mi brucio la lingua.
Will ha in mano un mucchio di fotografie.
- Okay, - dice. - Allora, la settimana scorsa vado in
vacanza in Francia. Ho un'amica, Clare, che ha appena
aperto uno spazio espositivo a Parigi, e mi ha invitato per
l'inaugurazione. C'erano performances, vino gratis, tutte
quelle stronzate.
- Allora, sta andando tutto alla grande. Sono ubriaco
fradicio da tre giorni, e dovunque mi giri ci sono bellissime
donne francesi che vogliono parlare di arte. E si fanno
pure buoni affari. Sai, sparare cazzate con la gente giusta,
cercare di interessarli al mio lavoro...
Non riesco a credere che Alice lo stia ascoltando cos attentamente.
Annuisce e fa a-ha sempre al momento giusto.
- E il clima  fantastico, cazzo. Hai presente com' qui,
piove a catinelle. Mi ero dimenticato la macchina fotografica
digitale, cos compro in cartoleria un aggeggio usa e
getta.
Le passa la prima foto. Lei si sporge, oscurandomi la
visuale. Alla fine me la passa. Una foto di Will in piedi accanto
all'Arc de Triomphe. Indossa pantaloni corti e ha i
capelli legati all'indietro e sorride. Lui gliene passa un'altra.
La vista dall'alto. La testa di Will sbuca dall'angolo
in basso a sinistra. E un'altra. Will col braccio attorno alle
spalle di un ragazzo che ha addosso la maglietta di una
squadra di calcio straniera. Sono seduti a un tavolo in un
patio, bevono Kronenburg, brindano.
E un'altra.
Nel 2007 Will  stato segnalato come uno degli artisti
pi promettenti dell'anno da una rivista molto famosa.
E un'altra.
Crede ancora che i Metallica siano la band migliore di
tutti i tempi.
- Comunque, a festa finita, non ho voglia di tornare a
casa. Decido di prolungare la durata del mio biglietto, compro
uno di quegli abbonamenti ferroviari, hai presente,
voglio gironzolare per la Francia ancora una settimana e
vedere un po' la campagna.
Le successive foto sono scatti dal treno. Una serie di
immagini fatte nel bagno del treno. Una della tazza del
cesso. Una di Will allo specchio. Alice si sofferma qualche
secondo in pi su quella. Sa che lui  un artista e vuole fare
colpo, cos dice: - Mi piace molto qui, dove sembra che
il flash rimbalzi sullo specchio. L'hai fatto apposta?
Sono fotografie molto brutte. Will non  un fotografo.
 un pittore. E anche i suoi quadri sono grezzi, dal tratto
quasi infantile.
- Boh, - dice scrollando le spalle. - Non  che ci abbia
pensato. Ho solo cercato di... cogliere l'attimo. Volevo esserci,
perch quando viaggi da solo  come se fosse tutto
un sogno. E se non ne hai almeno una prova...
Si zittisce. Le prende la foto dalla mano. La guarda a
lungo.
- Volevo una prova, volevo esserci.
Bevo un altro sorso di t.  diventato freddo. Lo appoggio
vicino al piede. Pi tardi, quando ci alzeremo per andarcene,
lo rovescer. Chieder scusa. Will mi dir che non importa.
Alice mi guarder come se fossi un coglione. Esagerer
e mi offrir di comprargli del detersivo per moquette.
Lei dir: - Cristo santo,  solo del t. Non  sangue.
- Cos finisco sulla costa, su questa spiaggia. Dio solo
sa dove. Mi piazzo in una piccola pensione e intorno non
c' nemmeno una delle solite stronzate per turisti. E molto
tranquillo e mi diverto un sacco: vado alla spiaggia tutti
i giorni, fumo Gauloises, leggo. Mi compro addirittura
un costume da bagno, vado a nuotare.
Non capisco dove voglia andare a parare. Aspetto il succo
del discorso e dubito che ce ne sia uno. Forse tutto questo
non  altro che una specie di vago rituale di corteggiamento.
Mi chiedo se Alice lo stia davvero ascoltando o se
stia gi spuntando il suo elenco mentale:
 una bella scopata?
 fedele?
Mi lascerebbe i miei spazi?
Farebbe quello che gli chiedo?
Mi passa una foto della spiaggia. Onde blu. Sabbia bianca.
Un uccello, congelato nel cielo, che punta verso il mare.
A Will  rimasta solo una foto in mano.
-  l'ultimo giorno prima di riprendere il treno e voglio
una foto di me sulla spiaggia. Ma non c' nessuno a
cui chiedere, nessuna coppia o famiglia n niente.  una
spiaggia fantasma. Arriva il pomeriggio, ho fatto un bagno
in mare e mi sto asciugando al sole, e dovrei veramente
andare, quando ecco che dalle dune di sabbia arriva questo
vecchio eccentrico.
- Lo chiamo. Pardon monsieur! Excusemoi! E lui viene
verso di me incespicando gi per il pendio. Ci mette un
sacco. Doveva avere quasi ottant'anni.  un tizio del posto,
con un sacchetto della spesa pieno. Je voudrais une photo,
dico, mostrandogli la macchina fotografica, ha presente,
photo, ecco, e lui sembra capire. Allora mi metto nel
punto dove voglio essere ripreso. Mi rimane solo uno scatto
nella macchina; deve essere esattamente come voglio.
Cos mi metto in posa con il mare alle spalle e piazzo il tizio
a un paio di metri da me. E per assicurarmi che non lasci
fuori niente, lo convinco a inginocchiarsi, anche. Cio,
un po' mi spiace perch  cos... beh, vecchio, e ci mette
una vita, ma alla fine ci riesce. Allora faccio, Okay, Monsieur!
e aspetto che scatti la foto.
- Non succede niente. Allontana l'occhio dal mirino e
borbotta qualcosa tra s e s. Scuote la testa e mi fa cenno
di avvicinarmi, e allora penso che mi voglia un po' pi
vicino... per fare stare tutto nella foto. Faccio due passi
avanti, mi rimetto le mani sui fianchi e grido Okay! Oui!
- Di nuovo niente. Ora sta scuotendo la testa e borbottando
e mi fa segno di venire ancora pi vicino...
Smette di parlare.
Gli  rimasta solo una foto in mano.
- Allora? - chiede Alice. - Cos' successo?
Gliela passa. Lei allunga il collo e ha come un sussulto.
Preme il ginocchio contro il mio. Me la passa.
E una foto dell'inguine di Will. Il suo costume arancione
occupa quasi tutta l'inquadratura. Si distinguono i ciuffi
di peli neri che corrono lungo le cosce e si arricciano attorno
all'ombelico. Si distinguono le chiazze d'acqua marina
che aderiscono fredde al costume e alla pelle abbronzata.
Si distinguono le evidenti protuberanze dell'uccello e delle
palle.
Artisticamente parlando,  la foto migliore di tutte.
Arriviamo a casa e lei non fa che parlare di Will. Da
quanto tempo lo conosco? Dove ha esposto? Quanto costano
i suoi quadri? Io accendo la tele e lei scivola fuori
dalla stanza.
Passa un'ora.
In qualche modo, con molta calma, voglio distruggermi.
Voglio diventare invisibile.
Poi mi chiama in camera. Ha tirato le tende e spento
la luce. Sono solo le sei.
- Sdraiati sul letto, - dice. La sua voce  calma.  solo il contorno di una voce. Sento i vestiti che le cadono di
dosso. Intravedo il suo profilo, contro il rettangolo blu della
finestra. Sar la prima volta che facciamo sesso da una
settimana a questa parte. Mi sdraio sul letto e mi libero
dei jeans. Fuori passa una macchina.
Mi monta sopra e si china bruscamente su di me, trattenendo
il respiro.
Io ripenso alla spiaggia bianca con l'uccello congelato sopra
il mare. Le macchine che passano sono piccole onde. Lei
ha l'odore di un cocktail con dentro un ombrellino.
- Will, - ansima lei d'un tratto. Le sfugge dalle labbra
camuffato da respiro.
Cosa? L'ho capito appena.
- Will, - ripete. Stavolta a voce pi alta. E quasi un
grido.
La spiaggia si  dissolta. La spiaggia  un lumacone e
lei ci ha rovesciato del sale sopra.
- Will, - dice.
- Will.
- Will.
- Will.
- Will.
Quando tutto  finito, rimaniamo sdraiati al buio, immobili,
ansimando, e non c' nulla che io possa dire. Non
posso affrontarla, anche se sembra la cosa pi ovvia da fare.
Non posso dire una parola senza sembrare pazzo, perch
anch'io mi chiamo Will.
Alice  al lavoro. Alice pensa che io sia al lavoro. Io non
sono al lavoro. Sto cercando di indovinare la password della
sua casella di posta elettronica. Ho provato col suo compleanno
(160581), il suo secondo nome (victoria), il suo
colore preferito (blu), il suo film preferito
(colazionedatiffany), la sua band preferita (thecure).
E fino a ora niente.
Non so bene che cos'abbia fatto. Non so cosa sia andato
storto, ma lei non mi guarda neanche pi negli occhi. 
diventata silenziosa e fredda come qualcosa lasciato sul davanzale
di una finestra. Ha cominciato a indossare quei lunghi
maglioni neri che le coprono il collo e con le maniche
che le arrivano fin sotto le nocche. Ha cominciato a voltarsi
dall'altra parte quando cerco di baciarla e a parlare per
frasi fatte. Dice cose come Stasera sono stanca e Ho
mal di testa e Non preoccuparti, non sei tu, sono io.
Ma devo essere io per forza, Alice. E non capisco cosa
ho fatto.
Se solo tenesse un diario.
Immagino brevi e tristi e-mail ad amici in altre citt:
Sto bene. Londra non sarebbe male.  davvero cos cara come dicono
tutti? Scusa se te lo chiedo, ma quanto guadagni all'ora?
e
Non sto molto bene. Ho bisogno di andarmene da qui. Mi sento male,
in trappola.
e
Vivo con questo ragazzo di nome William e credo proprio che dovrei
piantarlo. So che suona brutto ma non posso rompere con lui e nemmeno
tornare da mamma. Non so che fare. La situazione si  esaurita.
Ho bisogno di ricominciare da qualche altra parte e ho pensato che se
gli dico di aver trovato un nuovo lavoro a Londra...
L'ultima volta che l'ho vista emozionarsi  stato il pomeriggio
in cui ha conosciuto Will.
Will.
Che cos' che l'ha emozionata; la stessa cosa che sembra
emozionare ogni ragazza che Will incontra? Non pu
essere il suo aspetto. Ha il naso lungo e ricurvo. I denti sono
gialli di t e nicotina. Ha i capelli sporchi arruffati pieni
di forfora. Non pu essere neanche per via del suo cervello.
Le osservazioni di Will sono superficiali, ovvie,
scontate. Non credo che Will faccia molto caso a quello
che dice, gli basta dire qualcosa.
Allora deve trattarsi di qualcos'altro, forse quel non-so-che
che collega tra loro questi suoi ridicoli prevedibili
elementi.
Inoltre, Will non passa le giornate chiuso in casa con
le tende tirate, a cercare di infiltrarsi nella casella e-mail
della sua ragazza. Will non passa le mattinate nascosto sotto
il piumone col telefono spento.
Li immagino insieme.
Will e Alice.
Si leccano la faccia a vicenda come cani. Si strappano
i vestiti di dosso, senza pensare, senza preoccuparsi, senza
analizzare le loro azioni o valutare le conseguenze.
Non so cosa sia successo; quando ho iniziato a odiare
Will. Ricordo che andavamo ai concerti, guardavamo film
a casa di sua madre, entravamo nei pub anche se eravamo
minorenni. Ricordo una notte che ci eravamo seduti su
una panchina da cui si vedeva tutta la citt, e la citt sembrava
piccola e patetica, e avevamo deciso entrambi di andarcene
e di trasferirci.
Allora, quando eravamo buoni amici.
- Una volta per scommessa ho staccato con un morso
la testa del pappagallino di mia sorella.
Siamo alla serata inaugurale della mostra di Will e Will
sta raccontando il suo aneddoto preferito; quello che racconta
per fare colpo sugli sconosciuti. Lo fa sempre nello
stesso modo.  diventato liscio e freddo come un ciottolo nel letto di un fiume.
 la storia che ha raccontato anche a me, la prima volta
che ci siamo incontrati. Eravamo a scuola nell'aula di
arte, ricordo che la trovai divertente e un po' scioccante.
Ricordo che pensai Porca puttana.
Poi ho sentito quell'aneddoto centinaia di volte.
Porca puttana, penso, quando ricomincia.
- Ricordo di averlo afferrato e preso in mano - Bert,
cos l'aveva chiamato Maddie, Bert. Ricordo di aver tirato
Bert fuori dalla gabbia e lui stava fermo immobile nella
mia mano, come un giocattolo. E i miei amici mi guardavano,
pensando Non lo far mica sul serio, vero? La cosa
buffa  che non avevo intenzione di farlo sul serio.
Volevo solo metterlo in bocca un attimo, cos, per spaventarli.
Alice sta ascoltando attentamente. Sta usando l'aneddoto
di Will come scusa per guardarlo dritto in faccia.
Pensa che la sua faccia sia attraente e misteriosa.
Guarda la sua faccia come se fosse la pubblicit di un
cibo costoso; una torta al cioccolato fondente con crema
e ciliegie nere.
(Will una volta mi ha svelato il segreto per attirare le
donne: Ignorale e basta).
- E poi non so cosa sia successo. Probabilmente ho pensato,
Affanculo, e l'ho tranciato in due con un morso.
Will fa dondolare il bicchiere per effetto, prima portandoselo
alla bocca poi allontanandolo.
- Zac! Cos.
Un po' di Merlot si rovescia oltre il bordo del bicchiere,
trasformandosi in una goccia di sangue del pappagallino
e macchiando la camicia di un critico d'arte. Il critico
d'arte tampona la macchia con un fazzoletto ma non dice
niente.
- Ovviamente aveva un sapore schifoso. Voglio dire, ho
sputato la testa immediatamente, ma avevo ancora in bocca
tutto quel sangue e le piume e lo schifo. Ma non  stata
neanche quella la parte peggiore. Volete sapere qual  stata
la parte peggiore? La parte peggiore  stata la certezza di
aver sentito quel piccolo bastardo urlare nella mia bocca, un
attimo prima di morderlo. Uno non pensa che gli uccelli urlino,
no? Beh, questo l'ha fatto. Lo giuro su mia madre.
Una giornalista in fondo al gruppo alza la penna.
Will deliberatamente la ignora per un po'.
Si lecca via dalla bocca una piuma immaginaria.
Poi la guarda e annuisce.
- Pensa che questo avvenimento possa aver avuto delle
conseguenze sul suo lavoro? - dice lei, indicando con la
penna la mostra di Will, Fucking Birds.
File storte di tele attraversano le pareti della galleria.
Scriccioli, pettirossi, fringuelli, pappagallini (un sacco di
pappagallini). Per ogni quadro c' un paio di cuffie che trasmettono
la traccia audio di un film porno.
Will guarda di traverso la giornalista, serio.
Smette di leccarsi le labbra.
La bocca diventa una fessura.
Gli compaiono delle rughe sulla fronte.
Will sta pensando. Si riesce quasi a sentirlo.
Il gruppo aspetta che parli. Passa un intero minuto. La
gente comincia a muoversi impacciata. Si mettono a guardarsi
le unghie. Anche Alice sembra confusa. Lo sta ancora
fissando, ma ha gli occhi stretti e spenti, come le succede
a volte; diventano freddi e vuoti.
- Mmh, - dice Will, alla fine. - Cosa vuole dire esattamente?
Pausa. Oddio.
Il piccolo gruppo non sa come comportarsi.
Sta facendo dell'ironia, giusto?
O forse  post-ironico.
O forse sta solo facendo lo scemo.
Il post-scemo.
Poi, con molta cautela, qualcuno comincia a ridere.
Qualcun altro lo segue. Ben presto tutti sorridono, ridono
e applaudono Will. Buona questa, dicono educati. Buona
questa.
L'espressione di Will passa dalla confusione al far finta
di aver capito e di nuovo alla confusione. Mi faccio strada
tra la folla, allungo la mano e tocco Alice sulla spalla.
Si gira a guardarmi con quegli occhi freddi e vuoti.
- Vado a dare un'altra occhiata in giro, - le dico.
- Va bene, - dice lei, sempre con quello sguardo vitreo.
Cos vado al tavolo del rinfresco da solo.
C' un sacco di gente.  una galleria piccola, da qualche
parte a Londra, e abbiamo una stanza in albergo per
la notte. Pi tardi torneremo in albergo in taxi, senza parlare,
senza toccarci, sperando che il letto sia grande abbastanza
e freddo abbastanza da darci l'impressione di dormire
ognuno per conto suo.
Non le chieder cosa c' che non va.
Lei non me lo dir.
Questa  stata una sua idea. Quando l'enigmatico bigliettino
d'invito  caduto sullo zerbino - solo la data, l'indirizzo
e lo stencil di un uccello giallo -  stata Alice a proporre
di andare. Magari  divertente, ha detto. Con uno
scintillio negli occhi. Mi ha sorriso. Va bene, ho detto,
pensando: dovrei fare pi cose come questa se ti rendono
felice.
(Ma per come la vedo, nessuno dei due  felice).
Mi guardo intorno.
Non mi sto divertendo.
Non ho nulla da dire a queste persone.
Noto una donna alta e magra in fondo alla galleria. 
in piedi accanto al grande quadro di un pettirosso dal petto
arancione acceso, ma gli d le spalle, col bicchiere di vino
perso nell'affusolata e bianca chela delle dita. Indossa
un vestito rosso vivo che le pende dal corpo come se fosse
molto annoiato. I lunghi capelli scuri sono raccolti in cima
alla testa e porta un grosso paio di occhiali da sole.
Non riesco a smettere di guardarla.
Alice probabilmente  ancora in prima fila nel gruppo,
in ascolto.
Will probabilmente si  gi lanciato in un altro aneddoto:
Quand'ero bambino, per sbaglio ho mandato a fuoco
la casa della mia tata o Una volta all'universit mi sono
scopato un'epilettica.
Un uomo si avvicina alla donna e la tocca sulla spalla.
Ha l'aria stanca e i capelli grigi. E vestito come un insegnante
di scuola media. Le sussurra qualcosa all'orecchio
e lei girandosi gli sorride. L'uomo la prende delicatamente
per un gomito. La guida attraverso la galleria e la mette
davanti al quadro di un passero.  solo quando lei tiene la
mano ferma davanti a s - lasciando che lui stacchi le cuffie
dal muro e gliele metta in mano, le dita che si muovono
in anticipo, contraendosi e annaspando leggermente -
che capisco;  cieca.
Lui le sussurra qualcos'altro all'orecchio, le tocca la
spalla e sparisce nella folla.
Lei si  messa le cuffie.
 solo a pochi metri da me.
Le vado dietro. Il vestito  scollato sulla schiena, e si vedono
cicatrici, lentiggini e la sottile peluria sulla nuca. Ancora
pi vicino  il suo odore; non  profumo, ma qualcosa
di medicinale, come una lunga corsia d'ospedale pulita.
Da dove mi trovo, riesco a sentire i sussurri del porno,
che trapelano dalle cuffie.
Chiudo gli occhi e inspiro il suo odore.
Pi tardi, Will ci porta al Tequila Mockingbird (il suo
locale messicano preferito).
Non mi lascer offrire da bere.
Paga giri su giri di birra e shots, tirando fuori dalle tasche
manciate di banconote e monete e lanciandole sul
bancone. Poi indietreggia, lasciando che il barista arrivi ai
soldi e calcoli la somma necessaria.
Will non d mance, inoltre. Si rifiuta. - Niente mance,
- mi grida all'orecchio, e non lascia niente. Si limita a
raccattare le banconote bagnate e le monete rimaste sul
bancone infilandosi tutto quanto in tasca alla rinfusa.
Siamo seduti in un tavolo d'angolo, tutti accalcati, le
nostre ginocchia si toccano sotto il tavolo; solo Will, Alice
e io. Io sono alla quarta Corona. Alice gli sorride. I suoi
occhi sono luminosi, brillano. Will  ubriaco e sta
biascicando qualcosa sull'arte (quella con la A maiuscola), un
qualche concetto incompiuto che lo vede gesticolare in modo
drammatico per poi sbattere la bottiglia sul tavolo.
- Non ci dovrebbe essere nessuna separazione, - sta dicendo,
- tra arte e vita. Non ci dovrebbe essere nessuna separazione
tra arte alta e arte bassa. In effetti, non ci
dovrebbe essere nessuna separazione tra niente e niente.
Mentre dice questo guarda Alice.
- Tutte le cose dovrebbero sostanzialmente scoparsi a
vicenda in continuazione.
Ha i denti grigi. Le labbra nere per via del vino bevuto
all'inaugurazione. Adesso ha anche il mento bagnaticcio
e lustro di birra e tequila.
- Perch  a questo che l'intera umanit punta, no? Sesso
spinto. Culo e tette cosmiche.
Provo a parlare. - Allora, quando...
Ma Will non sta ascoltando nessuno se non se stesso.
- Un giorno, - sta dicendo, - giuro che trover il modo
di scopare il mio stesso uccello, come in una striscia di
Mbius.
Riprovo. - Allora, quand' che ti trasferisci a Londra,
Will?
Stavolta mi sente.
E anche Alice.
Si ritrae leggermente e smette di sorridere.
- Boh, - dice lui. - Londra  una fregatura -. Poi, dopo
una pausa: - Voglio vivere in un posto vero, a Norwich o
in quella cazzo di Preston o qualcosa cos. Londra  tutto
quello che non dovrebbe essere per l'arte contemporanea.
Stringe gli occhi e si rivolge ad Alice.
- A proposito, - dice, - mi sono scordato il tuo nome.
Lei sorride. Sorride davvero quando lui dice cos.
- Alice, - dice. - Come quella dello specchio.
- E cosa fai nella vita, Alice?
- Mi occupo di occhi Sbatte le ciglia. - Lavoro da
un ottico. E uno schifo. Dovrei andarmene.
Will le prende la mano, se la porta alla bocca e le lecca
una goccia di tequila dalla punta di un dito.
- Beh, Alice-che-si-occupa-di-occhi, tu, io e William
dovremmo uscire a cena, una volta. Che ne dici?
Lei non ci pensa un attimo.
- S, - dice, annuendo energica. - Sarebbe carino. Noi
non usciamo spesso. In effetti non facciamo quasi mai
niente.
Sto zitto.  deciso.
Sono rimasti pochi soldi. La settimana prossima scade
l'affitto, quella successiva le tasse. Ho detto ad Alice che
c' stato una specie di errore al lavoro e che gli addetti al
libro paga stanno cercando di risolvere il problema. Nel
frattempo  lei che paga tutto. Alice appoggia un sacchetto
della spesa sul tavolo. Non mi guarda negli occhi. Voglio
baciarla, ma se la bacio adesso potrebbe scoppiare in
lacrime.
Mi far fare un prestito.
Mi far aumentare lo scoperto.
Comincer a vendere le mie cose su eBay.
Will chiama al telefono fisso. Alice risponde. Diventa
un'altra. E in piedi nel corridoio, si tormenta una ciocca
di capelli col dito, si morde le labbra e le tremano le ginocchia.
Ride tre volte. - Sarebbe meraviglioso, - dice, mettendosi
un dito in bocca e mordendosi una pellicina.
- Questo venerd usciamo a cena, - mi dice dopo, - con
Will. Devo trovare qualcosa di carino da mettermi.
Va in bagno e apre l'acqua della vasca. Si toglie i vestiti
del lavoro e li lascia cadere sul pavimento. Guarda il suo
corpo allo specchio, prima che si copra di condensa, ed 
bianca come il gesso, come una tela preparata ancora vuota.
Aspetta che le accada qualcosa di fantastico. Nella sua
testa, Will le appare alle spalle. Le mette le mani intorno
alla vita, gliele fa scivolare su fino alle tette e come per magia
i capezzoli le diventano duri.
Sono fottuto.
Voglio sparire.
Non voglio pi far parte di tutto questo.
Un ristorante italiano. L'ha scelto Will. Le migliori
lasagne della citt, a quanto sembra. Siamo ancora al pane
all'aglio. In un angolo della sala un megaschermo trasmette
calcio internazionale senza audio.
Will si alza per andare a pisciare.
- Che c'? - mi chiede Alice dopo che se n' andato.
- Niente, - dico.
- Rilassati, - dice lei.
- Non so, - dico io.
- Cosa c' che non va? - dice.
Bevo un sorso di vino e mi sbrodolo.
- Santo cielo, - dice lei.
Voglio ricominciare. Voglio ricominciare tutta la mia
vita da capo; per non fare errori; per vedere in qualche
modo la mia vita da uno schermo; per cliccare due volte
sulle opzioni della mia vita, con molta attenzione e secondo
i miei tempi. Ci saranno sempre solo due opzioni tra
cui scegliere e saranno semplici, cose come avanti o indietro.
Cose come s o no.
-  magnifico, - dice Will quando torna dal bagno, con
un sorriso cos grande che gli si vedono le otturazioni dei
denti.
- S, - dico io. - Davvero magnifico.
Trovo il piede di Alice e lo sfioro con il mio. Lei sembra
non accorgersene, cos aumento la pressione. Ancora
niente, cos spingo con forza, molta forza. Poi guardo sotto
il tavolo. Sto schiacciando un ricciolo di legno della gamba
del tavolo.
Arriva il cibo.
Hanno entrambi ordinato lasagne.
Io mi sono punito con il piatto pi insipido del men.
- Allora, vi ho gi parlato della mia nuova idea? - dice
Will con la bocca piena.
Alla Tv la partita di calcio finisce zero a zero.
Nella mia testa clicco due volte su Alice.
Continuer a cliccarla due volte fino a che non si innamorer
di nuovo di me.
- Di cosa si tratta? - dice lei.
- Voglio assumere una ragazza, - dice lui.
Mi copier e mi incoller nella cartella dei suoi affetti.
- Che vuoi dire? - fa lei. - Cio, una ragazza squillo?
Riprenditi, mi dico. Comincia a divertirti.
- S, - dice Will. - Una specie. Voglio assumere una
ragazza per avere una relazione con lei e poi lasciarla e mettere
tutto in mostra. Far foto e video e registrazioni di
tutto. Assolutamente tutto. Cos chi entrer nella galleria
sar completamente a disagio e si chieder cosa dovrebbe
vedere di tutta questa roba. E poi...
Il cameriere lo interrompe, per sapere se va tutto bene.
Chiama Will signore. Chiama Alice signorina.
- Magnifico, - risponde Will. - Semplicemente magnifico.
Chiedo scusa e mi allontano.
Nei bagni mi chiudo in uno dei cessi e tiro fuori il cellulare.
Scrivo un messaggio:
Va tutto bene. T amo. T amo. Ora cerco d riprendermi & stare bene
prometto.
Mi spiace. X
Lo cancello e riprovo:
Se Will t piace cos tanto xch cazzo non vai a casa cn lui stasera?  finita.
Tutto questo  ridicolo.
E poi ancora:
Se vedi questo msg mentre 6 ancora al ristorante & se mi ami ancora
t prego toccami il piede 3 volte.
Ma non riesco a decidermi cos tiro lo sciacquone, osservando
l'acqua che scende rumorosa e turbina nella tazza
vuota.
Tornato al tavolo, sono passati a parlare del vegetarianismo.
- Lo sono stato per anni, - dice Will.
( una bugia. Will  stato vegetariano per tre mesi. Ed
era anche un vegetariano che mangiava pesce e pollo).
Adesso alla Tv trasmettono le riprese di un trapianto
di cuore. Sembra che solo io me ne sia accorto. Le coppie
agli altri tavoli si guardano amorevolmente negli occhi. Le
famiglie e gli amici brindano, i camerieri e le cameriere
vanno avanti e indietro, mentre alle loro spalle un uomo
di mezza et  steso immobile su un tavolo operatorio col
petto aperto in due e il cuore che si contrae e batte in modo
disgustoso.
Affondo la forchetta negli spaghetti.
Clicco due volte su Will.
Lo seleziono e lo cancello.
Sei sicuro di voler spostare Will nel Cestino? mi
chiedo, poi clicco Si.
- Credo di essere diventato vegetariano dopo essermi
chiesto che diritto avevo di mangiare un animale, un coniglio
o altro. Cio,  davvero solo egoismo? ho pensato. E
poi ho capito che, insomma, alla fine della fiera tutti noi
non siamo che animali.
Il bisturi del chirurgo comincia a incidere.
- E cosa fanno gli animali? Si mangiano tra loro. Si
mangiano tra loro e scopano. Capisci cosa intendo?
- Credo di s, - dice Alice piano.
Si avvolge una ciocca di capelli attorno al dito.
Socchiude appena la bocca.
Si inumidisce il labbro inferiore con la lingua, seducente.
- Non c' motivo di sentirsi in colpa, ecco cosa voglio
dire.  naturale.  la natura. Se fossimo allo stato brado,
adesso staremmo probabilmente scopando... se non ci stessimo
gi mangiando tra noi, ovvio.
Will alza un sopracciglio e lei sorride ammiccante.
- Ma ci siamo costruiti tutte queste... distrazioni. Ristoranti,
gallerie d'arte, vestiti, stupidi programmi televisivi
del cazzo da guardare. Se fossimo allo stato brado, Alice, in
questo esatto momento ti starei scopando, ne sono certo.
Perch non butti gi i piatti dal tavolo e non ci monti
sopra, Alice? Tirati su la gonna e imploralo di scoparti.
 come se non esistessi.
- E io? - dico.
- Tu probabilmente saresti gi morto, - dice Will, - se
fossimo allo stato brado.
- Questa era un po' dura, - dice Alice, sorridendo.
- La sua vista, - dice Will. - Pensaci. Verrebbe fatto
fuori da un leone o qualcosa del genere.
Quando arriva il conto, Will insiste per pagare.
Io tiro comunque fuori il portafoglio, giurando che avevo
pi soldi di cos, chiedendomi dove siano finiti e facendo
finta di cercarli; tiro fuori la banconota da dieci che mi
rimane e appoggiando sul tavolo tutti i miei fogliettini e
carte e robe varie dico: - Se vuoi, posso mettere tutto sulla
mia carta...
Will dice: - Non fare il coglione. Offro io. E un piacere.
Poi dico una cosa.
- Dovremmo rifarlo, - dico.
Cosa sto dicendo?
- Dacci un colpo di telefono in settimana, - dico.
- Va bene, - dice Will. - D'accordo.
Fuori si offre di pagarci il taxi fino a casa.
Gli dico che andiamo con l'autobus.
- Magnifico, - dice, sorridendo ad Alice. - Semplicemente
magnifico.
Mi metto a sedere sul letto e getto via le coperte.  mattino
presto e sto sudando freddo, lo stomaco mi fa male,
me lo sento attorcigliato.
- Che c'? Che succede? - dice Alice, sobbalzando ancora
mezza addormentata.
- Niente, - faccio io. - Shh. Shh.
Le accarezzo i capelli e aspetto che si riaddormenti poi
striscio gi dal letto e prendo il portafoglio dalla tasca posteriore
dei jeans. Corro in bagno, dove posso accendere
la luce senza svegliare Alice. Mi inginocchio sulle piastrelle
e lo svuoto; tutte quelle ricevute inutili e le tessere dei
club e i buoni del 10 per cento scaduti e le carte pre-pagate
e le monete e i batuffoli di polvere negli angoli e la mia
vecchia tessera da studente e il foglietto di un biscotto della
fortuna con scritto un comportamento amichevole 
la chiave del successo e la tessera della biblioteca e un
pezzettino di menu strappato dove c' scribacchiata la
met di un numero di cellulare. Li spargo sul pavimento.
Li spulcio, ancora e ancora e ancora, ma non fa alcuna differenza.
Il bigliettino che ha scritto lei  sparito.
Sull'autobus c' una ragazza con i capelli gialli e gli occhi
azzurri.
Il suo nome  Clair, ma se la chiamate Clair lei non risponde.
Non pi.
Non le piace Clair.
Clair le ricorda delle cose.
Quando pensa a Clair, pensa a qualcun altro, qualcuno
con le dita smangiucchiate e un dente dondolante nascosto
in fondo alla bocca. Pensa a cose che cadono gi per le
scale, cose che penzolano fuori da bidoni. Pensa a un ripostiglio
semplice e decorato come un pasticcino glassato.
Il suo nome adesso  Helen. Si chiama Helen da quasi
un anno.
Soltanto in rare occasioni - quando si sveglia in una
stanza sconosciuta, accanto a un corpo addormentato che
non riconosce, e non sa che ore sono n riesce a ricordarsi
come  arrivata l, solo allora, e solo per pochi secondi
-  ancora Clair.
Helen  un nome pi adatto a un'attrice.
Helen era facile come provare un vestito. Ha lasciato
Clair aggrovigliata sul pavimento del camerino di prova.
Adesso  Helen.  un'attrice. Potrebbe essere Amanda,
Angela o Alice se volesse. Kate, Chloe o Camille. Ma non
Clair, non ne pu pi di Clair.
Clair aveva dei capelli color topo. Helen si  tinta i suoi
di giallo.
Clair aveva gli occhi marroni. Helen porta le lenti a contatto.
Clair ha lavorato per cinque anni da Boots. Helen prende
duecento sterline in un'ora e mezza.
Helen ha le gambe che le bruciano per la pip. Non  la
sua pip. Se le  lavate, dopo, ma sono piene di macchie
rosse e infiammate. Spera che nessuno senta l'odore. Vicino
alla stazione dei treni sale un ragazzo. Cammina dondolando
lungo il corridoio tra i sedili. L'autobus  mezzo
vuoto ma si siede accanto a lei, premendo il ginocchio contro
il suo e sogghignando. Dal suo cellulare esce del brutto
hip-hop, le parole gracchiano dalla cassa come una lamiera
sferzata dal vento.
Helen sente il cuore batterle forte e ritmico nel petto.
Guarda fisso fuori dal finestrino e cerca di concentrarsi
su qualcosa dentro di s; qualcosa di piccolo e duro e
freddo come il nocciolo di una pesca. Scoprir questa cosa
dentro di s, qualunque cosa sia, e da allora non la lascer
toccare a nessuno; n al ragazzo, n a sua madre e
nemmeno a Dio.
Adesso cerca di immaginare che non ci sia nessuno seduto
accanto a lei. Solo uno spazio vuoto a forma di persona,
il negativo di una persona. Ma non serve. Riesce a percepirlo
comunque; i capelli come erba bagnata e la pelle bruciata
dal rasoio, il corpo che si gonfia come un brufolo insopportabile.
Puzza di Lynx, di sudore e di spogliatoio maschile.
Si gonfia nel suo sedile.
Gonfia in fuori il petto.
E sta anche per dire qualcosa, quindi Helen prende il
cellulare e chiama sua madre.
Squilla.
Squilla.
Risponde questa--la-segreteria-telefonica-del-numero.
(Sua mamma  in cucina, con le maniche arrotolate e il
rubinetto che scroscia nel lavandino. Telefoner a Helen
pi tardi, quando saranno entrambe un po' ubriache, ognuna
a casa sua, di vino scadente, e anche sua madre la chiamer
Helen).
Intanto, il ragazzo continua a gonfiarsi. Si  gonfiato
tanto da superare la linea che divide il suo sedile da quello
di Helen. Le vene gli sporgono dal collo. Il collo sporge
oltre il colletto della tuta. Presto le sar addosso.
Basta ragazzi, pensa lei. D'ora in poi i ragazzi possono
andare a farsi fottere.
Si alza e preme il pulsante, spingendo via le ginocchia
del tizio per passare.
Helen vive con la sua amica Corrine in una casa a schiera
con due camere da letto. Salvo due volte a settimana,
Corrine  fuori dalle sei di sera alle quattro del mattino.
Fa la croupier in un casin della citt, non quello sciccoso
vicino alla rotonda, quello economico dove l'unica regola
sul vestiario  niente buchi negli abiti. Quando Corrine
non  al lavoro, di solito dorme o  fuori a bere. Non si incontrano
quasi mai. Helen vede solo cene lasciate a met
sul tavolo, Benson spente nel posacenere e di solito bigliettini
tipo: ABBIAMO FINITO IL LATTE! Oppure PER FAVORE REGISTRA
GHOST ALLE 9, QUINTO CANALE.
Corrine, in carne e ossa,  una rarit.
Helen accende la luce in soggiorno.
Attaccato sullo schermo della Tv c' un post-it: torta
in FRIGO.
Si fa una doccia. L'acqua le scorre lungo le cosce. Per
lavarsi tra le gambe non usa le mani. Stacca la doccia dal
gancio e se la punta contro. Pizzica.
Nella doccia (e anche in altri momenti), Helen ha una
sorella. La sorella  brillante e crudele e sarcastica, non
con Helen, ma con tutti gli altri. Quando sono sole la sorella
rivela la sua vera personalit ed  dolce e tenera, come
la pancia di un gattino. Helen adesso immagina questa
sorella che le insapona la schiena, molto delicatamente. In
cambio lei insapona la sorella. Non ha mai dato un nome
alla sorella; si sentirebbe troppo triste.
La stanza di Helen  piccola e umida. Se ci fossero dei
libri, le copertine si arriccerebbero. Helen ha una foto di
Ethan Hawke attaccata al muro. Ha un letto a una piazza.
Non ha fretta di fare nulla. La foto di Ethan Hawke
evita impacciata il suo sguardo.
Si siede alla scrivania e accende il Pc. Controlla l'e-mail.
Niente.
Va sul sito dove le persone della sua vecchia scuola postano
notizie su di loro.
Niente.
Entra nel sito dei contatti per adulti e controlla la sua
casella postale. Ci sono tre nuove risposte al suo profilo:
[Postato da G-Saunders@1 5,07] Ho visto le tue foto. Sembri proprio
quello che sto cercando. Fai cose fetish? Gagging, sottomissione, umiliazione
in particolare? Sono sempre alla ricerca di modelle per nuovi video
fetish. Paga buona. Un paio d'ore di lavoro.
e
[Postato da FootMaster@16,55] Sto cercando ragazze per fare video
in cui mi calpestano. Dovresti camminarmi addosso: a piedi nudi, coi
tacchi, con scarpe da ginnastica. Niente sesso solo camminarmi in faccia
e sul corpo e sul collo. Ti do 100 sterline per un pomeriggio intero.
Se mi fai una sega coi piedi ti do 200 sterline. Scrivimi se vuoi vedere
foto della mia faccia e del mio cazzo.
[Postato da WR@ 17,39] Vorrei incontrarti. Ti do 500 sterline per fare
sesso con te e filmare tutto, ma prima devo vederti di persona per essere
sicuro. Ti do 100 sterline solo per incontrarti per un'ora e vorrei
che mi raccontassi una storia su una volta in cui hai scopato con uno
sconosciuto. Questo sar il tuo provino.
Helen clicca Rispondi.
La madre di Helen la richiama pi tardi, quando sono
entrambe, ognuna a casa sua, un po' ubriache di vino scadente.
- Ciao, tesoro.
- Ciao, mamma, - dice Helen.
- Com' andata al lavoro?
- Oh, cos, - dice Helen.
La madre di Helen pensa che la figlia stia provando uno
spettacolo teatrale, Romeo e Giulietta, in qualche teatro di
repertorio in citt. Le prove dello spettacolo vanno avanti
da un po' di tempo, ormai, qualcosa come sei mesi. Durante
le conversazioni con sua madre, Helen si  inventata un
regista effeminato e nevrotico, un primo attore da batticuore,
una prima attrice scontrosa che si mangia le unghie e una
cricca di scenografi e attori secondari alcolizzati e maleducati.
Durante queste conversazioni Helen si  inventata, uno
dopo l'altro, un sacco di guai - prove cancellate, divergenze
d'opinione, eccetera eccetera - cos quando alla fine dir
a sua madre che lo spettacolo  saltato, lei non rimarr eccessivamente
sorpresa o delusa.
- Sono Helen, adesso, mamma, - le aveva detto, per
l'ultima volta, un pomeriggio in cui stavano gironzolando
per Primark, guardando le camicette. - Sono un'attrice
professionista.
- Okay, - aveva detto la madre di Helen. - Helen.
Era stato bello sentirglielo dire, finalmente. Era stato
pauroso e completo, come un trionfo e come stare sul ciglio
di un enorme burrone.
Helen era entrata in un camerino e si era guardata allo
specchio. Aveva detto: Helen, Helen, Helen tra s e s.
Si era morsa la lingua, si era provata un vestito ed era scoppiata
in un pianto silenzioso.
A volte - come quando  ferma in una lunga coda al Teseo
Express e spinge avanti il cestino della spesa con i piedi
- Helen si sente ricucita insieme. Si sente come un mucchio
di sgargianti camicette e magliette in un negozio dell'usato.
Guarda le altre persone in coda e si chiede se anche
loro si sentano cos. Si chiede se le loro vite abbiano un
senso. A volte prova a fare un elenco su se stessa.
Helen mangia sandwich al pesce fritto almeno tre volte
a settimana.
Non ha mai imparato a nuotare.
Si sente davvero bella solo quando fa sesso con qualcuno
e solo a volte, e solo mentre sta succedendo.
Helen si considera un'attrice, una vera attrice. Non una
modella e assolutamente non porno.
Quand'era ancora Clair non ha mai finito la scuola superiore,
ma questo non significa che sia stupida.
Sono io che ho il controllo, dice a se stessa. Quando gira
una scena - quando  lei che viene filmata - immagina
di essere una rotella. A volte  la rotella dell'orologio a
cuc di sua zia. Gira.  sua la responsabilit di far scattare
il cuc di legno fuori dagli sportellini di legno a ogni
ora;  sua la responsabilit di farlo cinguettare.
Helen ascolta musica pop alla radiolina in cucina. Non
ha ancora sentito una canzone che significhi qualcosa per
lei. Le piace molto l'idea della radio, per I tutto quell'assortimento
/ la scala parlante / la meravigliosa canzone in
cui incapper per caso / cosa accadr quando avverr.
La prima esperienza sessuale di Helen  stata a undici
anni con una candela. Sua madre e suo padre stavano
guardando la tele al piano di sotto. Il volume era abbastanza
alto da passare attraverso il soffitto. Stavano ridendo
e anche la gente alla tele stava ridendo. Era un programma
divertente. La candela non aveva un nome. La
sentiva viscida tra le dita. Si era nascosta sotto le coperte,
rabbrividendo accaldata, ed era diventata la fiamma
sullo stoppino.
Duncan ci aveva provato con lei in macchina, appena
prima delle riprese. Duncan a volte le trova lavoro. Helen
sta cercando di trovare lavoro da sola, ma  stato Duncan
a farla cominciare. Aveva questo amico che lavora per un
sito web. Conosceva gente. Lo ha incontrato in un pub.
Duncan aveva il collo sudato.
Stava spegnendo la sigaretta.
Odorava di cipollina sottaceto.
Le sorrideva.
Quando sviti il coperchio di un barattolo di cipolline
sottaceto e ci metti le dita dentro, sei tu quello che cerca
di afferrare le cipolline. Ma quando Helen aveva aperto la
portiera della macchina di Duncan, era la cipollina che cercava
di afferrare lei. Cercava di afferrarle la gamba con
una mano rossa e gonfia, la gamba sinistra, proprio vicino
all'inguine.
Helen non sapeva che fare. Duncan non ci aveva mai
provato con lei prima. Le serviva un passaggio fino al luogo
delle riprese. Non sapeva arrivarci da sola.
Allora Helen aveva chiuso gli occhi e aveva immaginato
che sua sorella fosse in macchina con loro.
- Lasciala stare, stronzo, - aveva detto la sorella, -
brutta cipollina sottaceto del cazzo. Questa non  una friggitoria,
amico.
Helen sarebbe scoppiata a ridere, in un'altra circostanza.
Duncan le aveva accarezzato la gamba. Lo sentiva respirare
affannosamente. Sentiva il respiro sibilargli tra le
grosse labbra screpolate e i brutti denti. Quando la mano
si era spostata in mezzo alle gambe, Helen l'aveva afferrata
per il polso. La mano si era afflosciata. Aveva lasciato
andare il polso e la mano si era ritirata.
Helen aveva aperto gli occhi.
La mano era sul volante, adesso. Duncan aveva l'aria
imbarazzata. Aveva l'aria imbarazzata mentre guardava
fuori dal finestrino. Aveva borbottato Scusa o qualcosa
del genere e poi aveva guidato fino al luogo delle riprese.
Davanti alla casa, aveva cercato di ridiventare un ragazzo
gentile chiedendo a Helen se voleva che la aspettasse,
per darle un passaggio al ritorno.
Helen aveva detto no, avrebbe preso l'autobus.
Quando Duncan se n'era andato, Helen aveva giurato
a se stessa di non salire mai pi in macchina con Duncan.
Cipollina sottaceto del cazzo. Da allora in poi se lo sarebbe
trovata da sola il lavoro. La sorella aveva detto che era
una buona idea.
Una piccola casa a schiera, come il primo risultato di
una ricerca di immagini su Google per sobborghi inglesi.
Helen passa davanti a un gatto mentre si avvicina alla
porta, un micio macchiato di olio, strisciato fuori da sotto
una Ford Escort. La sorella si ferma ad accarezzarlo,
macchiandosi le dita di olio, ed  ancora li a dirgli qualcosa
quando la porta si apre.
Un uomo basso e tarchiato in maglione di lana e
pantaloni cascanti dice: - Tu devi essere Helen, - e la invita
a entrare. Ha la barba e le dita gialle di nicotina. Helen
entra in casa. Si volta in cerca della sorella ma la sorella 
sparita. A volte lo fa; sparisce.
L'uomo con la barba porta Helen in una stanza al piano
di sopra, con il pavimento ricoperto di fogli di plastica
e una videocamera dall'aspetto economico piazzata al centro
su un cavalletto. Gli oggetti sono disposti su un tavolino
da caff; un vibratore, un tubetto di lubrificante, delle
palline cinesi e una bacinella di plastica vuota. L'uomo
assicura Helen di avere dei contatti in Germania, 
l che andr il filmato, nessuno qui lo vedr.
Poi le d le duecento sterline di anticipo e si offre di
prenderle il cappotto.
- Bene. Allora cominciamo, eh? - dice.
Helen  perfettamente sveglia quando sente le voci.
Sussurrano. La porta d'ingresso ha appena sbattuto.
Sono pi o meno le cinque di mattina. Helen  al buio. 
rimasta stesa sul letto, supina, e fa del suo meglio per addormentarsi
concentrandosi sulle narici e sull'aria che entra
ed esce. L'ha letto da qualche parte. Cerca di concentrarsi
su una narice alla volta, isolandole a turno.
(Una delle voci  quella di Corrine).
L'aria fa ppfffff, su per una narice.
(L'altra  di uno sconosciuto).
L'aria fa ppfffff, fuori dall'altra.
- Darren, scopami.
Helen  sveglia. La sua meditazione-delle-narici  finita
dritta fuori dalla finestra.
Helen rimane pi ferma che pu. Si immagina Darren
nero, non sa perch. Alto e ben vestito. Ha addosso ancora
la maggior parte dei vestiti mentre fa sesso con Corrine
e il suo respiro passa attraverso i muri fino alle orecchie
di Helen.
Il respiro di Darren  profondo e aspro come il guiro
nell'aula di musica a scuola.
La voce di Corrine  acuta e cartacea come le lanterne
di Natale fatte a mano.
Non stanno usando il letto, immagina Helen. Sono contro
il muro. Corrine ha le gambe strette intorno ai fianchi
di Darren. Darren  ancora vestito. Ha solo la cintura e la
patta slacciate.
Poi c' una pausa.
Mentre  in attesa di altri rumori, Helen immagina come
si sono conosciuti, interpretando lei la parte di Corrine:
stavo lavorando al tavolo del black jack. Dovevano essere
quasi le tre quando si siede questo ragazzo.  una notte tranquilla
- piuttosto noiosa, stanno giocando solo un paio di
clienti abituali - e poi arriva lui, gioca cento sterline e perde
subito tutto. Ha dei begli occhi, scuri e neri.  anche vestito
bene: completo, camicia e catenina d'oro che gli spunta da
sotto il colletto. Tira fuori un rotolo di biglietti da venti, ne
cambia altri cento e perde anche questi. Devo essere molto
professionale per non scoppiare a ridere. Non vince neanche
una mano.  piuttosto triste, davvero, e lui sembra serio, come
se venisse qui apposta per perdere, come se stesse giocando
a un gioco particolare e una vincita potesse rovinare tutto.
Forse  cos, penso. In pi non riesco a smettere di guardargli
le mani. Ha delle bellissime dita, lunghe, eleganti, perfette.
Il guiro e le lanterne di Natale ricominciano a strusciarsi
e dimenarsi.
Non mi guarda pi, dopo quella prima volta, e vorrei davvero
che lo facesse. Il mio respiro si fa pesante e sporgo le tette
in fuori, sperando che gli dia un'occhiata. Qua dentro ci
tocca indossare orribili camicette e spero che non pensi che sono
brutta. Comincio a fare battute con i clienti abituali cercando
di farlo ridere, ma  inutile. Quando cambia il terzo
centinaio mi tocca la mano. Non abbiamo il permesso di toccare
i clienti, mai, ma non dico niente. Dura appena un secondo
e solo il fatto che mi abbia sfiorato mi fa bagnare.
Adesso stanno facendo pi rumore. Sembra la mattina
di Natale nell'aula di musica a scuola. Le lanterne fanno
ah ah ah in continuazione.
Poi - all'improvviso - lui si alza e se ne va. Lo guardo uscire
dalla porta e ho un tuffo al cuore. Sono le tre passate e io
non finisco prima delle quattro. Alla fine del turno stacco,
prendo le mie cose e mentre sono fuori ad aspettare il taxi sento
questa grande mano calda sulla spalla. Mi giro ed  lui. Mi
ha aspettata tutto questo tempo. Non ci diciamo nulla nemmeno
adesso, restiamo ad aspettare e quando arriva il taxi saliamo
a bordo. Sul sedile posteriore, mi mette le mani addosso
e mi soffia nell'orecchio e io mi sciolgo.
I rumori sono finiti. Helen  stesa sul letto, il cuore le
batte forte. Ha il respiro corto. E eccitata e spaventata.
Ha appena avuto un'ottima idea.
Ecco cosa gli racconter, pensa. Ecco la storia che racconter
a WR.
Il vero Darren - quello che era sgattaiolato gi per le
scale dietro a Corrine, mentre Helen era a met della puntata
di mezzogiorno di Neighbours - si rivel essere un tizio
bianco e tracagnotto con dei tatuaggi idioti, anelli col
sigillo e un grosso collo rosa simile alla pelle di una salsiccia
cruda.
Non c' problema.
Il Darren di Helen  nascosto al sicuro dentro di lei. Lo
ha un po' abbellito, gli ha aggiunto un paio di cose. E pi
tardi far a Corrine una serie di domande sul casin - piccoli
dettagli per rendere il tutto pi verosimile - perch le
brave attrici fanno sempre ricerche.
Corrine ha detto che lei e Darren andavano a pranzo
fuori. Ha detto a Helen che non sarebbe tornata a casa
prima di andare al lavoro.
Helen  nella stanza di Corrine.
 sdraiata sul letto di Corrine, si avvolge nelle coperte,
inspirando l'odore muschiato dei loro corpi dopo il sesso.
Indossa l'uniforme di ricambio del casin di Corrine e
vede se stessa dall'alto, come nella foto della scena del crimine
di un sensazionale suicidio hollywoodiano; tranquillanti,
champagne, trucco perfetto.
Helen ha aperto tutte le finestre. Forse servir a mandare
via l'umidit. Fuori piove e si gela, e le tende della
stanza di Corrine svolazzano, come se dietro ci fossero degli
uomini; Tom Selleck, Ethan Hawke e Chandler di
Friends. I maschi osservano Helen che si raggomitola e si
stira, facendo frusciare le gambe nel letto di Corrine. Hanno
le loro grandi mani da star infilate nei pantaloni.
Helen segue un flusso di uomini e donne di et media
e classe media gi dall'autobus. E alla periferia estrema
della citt, adesso, nella parte pi carina. Villette vittoriane.
BMW. Qua piove ancora, ma poco. Strade come queste
sono belle sotto la pioggia. I marciapiedi sono scuri.
Riflettono la luce dei lampioni appena accesi. Helen ha
l'indirizzo scritto sul retro di una busta. La tiene in mano.
La mano le trema. Non  nervosa. Non  nervosa. Due
settimane fa ha pisciato in un bicchiere da brandy. Lo ha
riempito fino all'orlo, davanti a un cameraman e a un tecnico
del suono e a un tizio che si era presentato come il
produttore e che guardava soltanto. Si  masturbata con
una scarpa. Non dovrebbe essere nervosa.
Helen  in piedi davanti alla casa.
Nessuna BMW nel vialetto.
Il giardino  pieno di piante ed erbacce.
C' qualcosa - una gonna? - impigliata tra i cespugli.
Per arrivare alla porta d'ingresso deve aggirare varie lumache.
Le tende sono tirate. Indugia con il dito sul campanello.
Ci appoggia la punta sopra e fa un bel respiro.
Poi le squilla il cellulare. La fa trasalire. Lo tira fuori
dalla tasca dell'impermeabile. Fa qualche passo indietro
sul vialetto, mettendo un po' di distanza tra lei e la porta,
e per sbaglio calpesta una lumaca. Guarda il display.  sua
madre.
Helen aspetta che il cellulare smetta di squillare. Lo tiene
tra le mani, in attesa che sua madre riattacchi. Pensa
di accendersi una sigaretta ma decide di no. Quando il telefono
smette di squillare, torna alla porta facendo attenzione
alle lumache.
Stavolta la porta si apre prima che lei tocchi il campanello.
- Sei Helen? - dice l'uomo sull'uscio, tendendole la
mano.
Lei annuisce.
- Io sono William, - dice. - O Will.
Ha la mano fredda. Lei si sforza di sorridere. Lui no.
Ha la faccia tesa e scura di barba. Gli d trent'anni ma 
piuttosto difficile indovinare. Ha quest'espressione vacua,
come se fosse pi un'idea di persona che una persona vera
e propria.
C' qualcosa che manca.
William o Will le stringe la mano a lungo, abbastanza
a lungo per far s che il freddo le passi nelle dita e cominci
a farsi strada su per le braccia come tetano.
Poi si volta e invita Helen a seguirlo.
Se il telefono squilla di nuovo lo stacco. Lo butto via.
Ho lasciato il lavoro.
Ho lasciato il lavoro smettendo di andarci.
Mercoled, dieci di mattina. Il telefono ha squillato gi
tre volte oggi; la segreteria  quasi piena di messaggi.
Uno  dei miei genitori, di quattro giorni fa: Ciao,
William, qui mamma e pap. Giusto una chiamata veloce,
per sapere come va. Richiamaci quando senti il messaggio,
baci.
Uno di Will, di due giorni fa: Sono tornato da Praga
ieri sera. Una rottura di palle. Comunque, fammi uno
squillo. C' qualcuno che vorrei presentarti.
Gli altri quarantotto sono del mio capo.
Non l'ho ancora detto a nessuno, ma da oggi ho intenzione
di lavorare a casa, per me stesso. Ho un capitale
iniziale sufficiente, in banca. La mia nuova attivit prevede
di stare seduti davanti alla Tv a mangiare pane tostato
e non andare pi al lavoro. Prevede di guardare fuori
dalla finestra e sognare a occhi aperti ed evitare i colleghi
di lavoro.
Oltre a questo, non so.
Non ho programmato nulla.
Sono steso sul letto, non rispondo al telefono e immagino
qualcuno; una ragazza che non ho ancora incontrato.
Questo pomeriggio busser alla mia porta. Il suo bussare
sar particolare; secco e leggermente fragile. Mi baster
sentirlo per sapere che  lei. Mi liscer i capelli allo specchio
del bagno. Me la prender con calma, perch lei  paziente
e aspetter alla porta per tutto il tempo necessario
(aspetter un'ora se deve). Poi la inviter a entrare e ci siederemo
in soggiorno, parlando del pi e del meno per un
po' e bevendo tazze di t. Faremo battute. Ci capiremo al
volo. Capiremo cose che in precedenza non sapevamo
nemmeno che esistessero. Poi lei si trasferir da me.
Accadr tutto nello stesso pomeriggio. Accadr oggi. E sar
tutto facile tra di noi, non dovremo organizzare niente,
perch da adesso in poi non ci saranno pi supermercati,
capi, bollette del gas o dell'elettricit. Empori di tappeti,
procuratori legali, moduli della dichiarazione dei redditi -
cose cos non esisteranno pi. Tutte le parti noiose e deprimenti
delle nostre vite - anche quelle rannicchiate ai
margini, come i noiosi palazzi marroni che sfrecciano dai
finestrini dell'autobus - verranno sradicate.
Lei sar gentile e calma e dolce.
Si innamorer di me, completamente e improvvisamente.
Staremo a letto tutto il giorno con le tende tirate e non
ci alzeremo mai, neanche se dovremo andare a fare pip.
Mi metto d'accordo con Will per vederci in un bar in
centro. Qualche anno fa uscivamo a bere tutte le sere.
Adesso lo vedo a malapena. Ha altri amici - amici d'arte,
contatti - adesso.
Quando sono entrato, non era ancora buio e mi sono
sentito equivoco e goffo. Mi sono tirato su il cappuccio del
giubbotto. Mi aspettavo di svoltare l'angolo e imbattermi
in Peter del lavoro o Simon o Clare o Allan. Temevo di finire
intrappolato in qualche conversazione, che avrebbe
portato al perch non mi sono pi presentato al lavoro e a
come sia stato male o non mi sia sentito all'altezza delle
cose, ultimamente e a come va in ufficio, e a quando
sarei tornato eccetera.
Avrei tergiversato guardando il pavimento e avrei mentito
finch non se ne fossero andati. O, peggio ancora, il
mio capo. Che mi d la caccia per le strade, col mio numero
di cellulare settato sulla chiamata rapida.
Adesso posso scordarmi una raccomandazione.
Arrivo tardi. Will  seduto in un tavolo sul retro. E di
fronte a una ragazza. Hanno le mani intrecciate sul tavolo.
Quando mi vede, mi saluta. Lei si gira rimanendo seduta.
 bionda. La faccia appuntita guizza alla luce della
candela. E carina. Mi sorride.
Will si alza. Ci diamo la mano. Con l'altra mi d delle
pacche sulla schiena. Un gesto che deve aver rubato da
qualche parte; non l'ho mai visto prima. Ha una presa salda,
come quella di un padre. Una nocca delle dita mi scrocchia
forte.
Will prova nuovi tratti di personalit.
Credo neanche se ne renda conto.
L'anno scorso per qualche mese aveva preso a tenere la
sigaretta tra il secondo e il terzo dito della mano sinistra.
- William, lei  Katrina.
- Ciao, - mi dice lei, con tono timido, forse dell'Est
europeo.
 molto bella. Pelle liscia, capelli lisci, occhi blu-verdi.
-  Katrina, lui  un mio vecchio amico, William.
Arriccio la bocca a forma di sorriso. Annuisco come se
approvassi qualcosa. Katrina. Non ho niente da dire.
- Siediti, siediti, - dice lui. - Vado a raccattare da bere.
Ci lascia da soli.
Prendo una sedia e aspetto che sia lei a parlare per prima.
Al tavolo accanto, qualcuno comincia a raccontare una
barzelletta lunga e complicata.
- Allora... - dice Katrina. - Will non mi ha detto cosa
fai.
Mi guardo in giro. Chino sul bancone, Will sta parlando
all'orecchio del barman, la maglietta gli spunta fuori da
sotto il giubbotto. Se mi vestissi io cos, sembrerei un disastro.
Ma Will in qualche modo riesce a darsi un'aria elegantemente
scarmigliata; appositamente artistica. Mi
chiedo se perda tempo allo specchio stropicciandosi i vestiti
e abbottonandosi la camicia storta.
- Sono... disoccupato, - dico.
- Oh, - dice Katrina.
- Mi sono appena licenziato.
La barzelletta arriva alla battuta finale e la gente al tavolo
accanto comincia a ridere.
- Ti sei licenziato?
- Gi.
- Perch?
Will torna a sedersi. Mi mette davanti una pinta di birra.
Per lui e Katrina, una seconda bottiglia di vino rosso.
Comincia a riempire i bicchieri.
- Stavo giusto dicendo a Katrina che mi sono licenziato.
Will smette di versare il vino e appoggia la bottiglia sul
tavolo.
- Ti sei licenziato?
- Gi.
- Perch?
Bevo un gran sorso di birra. Venendo qui, cercavo di elaborare
qualche bugia. Invece adesso decido di dirgli la verit.
Comincio a raccontare - a tutti e due - di come mi sentissi
in preda al panico e intrappolato. Di come a volte cominciassi
a sudare freddo alla fermata dell'autobus. Di come
abbia risparmiato un po' di soldi e di come non me la sentissi
pi di compilare l'ennesimo modulo o di inserire un'altra
risma di dati in un foglio elettronico o di battere un'altra
relazione di sei pagine. Gli dico che ho intenzione di ridurre
la quantit di cose nella mia vita, di trovarne i piccoli
elementi essenziali e di concentrarmi solo su quelli per un
po'. Infine, dico - per quanto suoni come un clich - che
voglio ricominciare da capo.
Will si entusiasma. Dice che gli sembra qualcosa che
potrebbe fare questo artista, Tehching Hsieh. Cerca di trasformare
la mia decisione in una performance artistica e
dice che dovrei documentare tutto, tenere un diario e scattarmi
delle foto ogni giorno.
 un po' ubriaco. Si sta mettendo in mostra per Katrina.
Lei ascolta in silenzio, gli occhi bassi, sfiorando lo stelo
del bicchiere di vino.
Pi tardi, quando va in bagno, Will si china sul tavolo
e mi sussurra all'orecchio: - L'ho conosciuta sull'autobus
tornando dall'aeroporto.  la prima volta che viene in Inghilterra.
In teoria dovrebbe stare da suo cugino, ma ieri
ha passato la notte da me.
- Fantastico, - dico.
- Mica tanto. Potrei piantarla anche stasera. Non parla
un granch e a letto fa schifo.
Per strada, Will ferma un taxi. Siamo tutti un po' ubriachi.
Fa salire Katrina, poi mi fa un cenno, offrendomi un
passaggio fino a casa. Gli dico che vado a piedi.
Mi fermo a comprare delle patatine.
Poi mi infilo nel centro della citt, tra gruppi di uomini
cento volte pi ubriachi e aggressivi di me.
Farei meglio ad andare dritto a casa, mettermi a letto,
tirarmi le coperte sulla testa e cercare di sognare la ragazza
che devo incontrare.
Invece mi metto in coda davanti a un nightclub.
L'oscillazione del taxi me la spinge addosso. Quando il
taxi si raddrizza dopo la curva lei non si sposta. Con la mano
cerca la mia. Mi si appoggia contro con tutto il peso.
Sa di vodka.
- Di solito non faccio cos, - dice.
- Cos come?
- Non vado a casa in taxi con degli sconosciuti.
- Neanch'io.
- Tu non sei uno sconosciuto, vero? - dice con la faccia
nel mio cappotto.
- Non credo.
- Bene, - dice. - Ho bisogno di qualcuno che mi tenga
d'occhio -. Queste ultime parole le dice in modo astratto,
quasi parlando a se stessa.
Appoggia la testa sulla mia spalla e chiude gli occhi.
Penso che si sia addormentata, ma poi la sua mano si libera
dalla mia. Mi risale lungo la coscia. Scostando la testa
dalla mia spalla, mi morde il braccio attraverso la manica.
Adesso la mano mi accarezza il cavallo dei pantaloni.
Mi apre la lampo dei jeans.
Il rumore della lampo sembra fortissimo, perfino col
motore acceso.
Guardo il tassista e i suoi occhi incrociano i miei nello
specchietto retrovisore. Non posso. Non adesso, non con
lui qui. Ma la mano mi si avvolge attorno al cazzo. I suoi
capelli mi cadono in grembo.
Controllo di nuovo lo specchietto. Il tassista mi strizza
l'occhio.
Dolcemente, la tiro su.
- Cosa? Che c'?
Ha la voce confusa e languida.,
- Niente. Shh. Siamo quasi arrivati.
( una bugia. Ci vorr ancora qualche minuto).
Chiudo gli occhi e la abbraccio. Se guardo di nuovo, lui
sar li nello specchietto, a farmi l'occhiolino.
- Qui va bene, - dico, cercando di tirarmi su la lampo
senza che lui mi veda.
Quando il tassista accosta vicino al marciapiede gli allungo
un biglietto da dieci, dicendogli di tenere il resto,
poi scendiamo in fretta dal taxi.
L'aria  gelida. Di colpo sono perfettamente lucido.
- Qual  la tua? - chiede lei, piroettando sul marciapiede
e guardando le case.
Un gatto sguscia da sotto una macchina parcheggiata.
Le metto la giacca sulle spalle.
- Dobbiamo fare un pezzetto a piedi, - dico. - Volevo
un po' di aria fresca.
- Raccontami una storia, - dice.
Allora comincio a raccontarle di me e di quello che facevo;
del mio vecchio lavoro, dei miei genitori, dei miei attacchi
di panico e di come qualcosa mi fosse scattato dentro...
Ma lei non mi sta pi ascoltando. Si  fermata a raccogliere
un sacchetto di patatine vuoto e l'ha infilato in una
buca delle lettere.
Una volta entrati in casa, le chiedo se preferisce t,
caff o vodka. Lei opta per caff nero con un po' di vodka
dentro. Forse  solo perch  ubriaca, ma ha l'aria di sentirsi
a suo agio in casa mia pi di me. C' un casino di giornali,
vestiti, piatti e lattine. Non avevo previsto di portarmi
qualcuno a casa stasera, queste cose di solito non mi
succedono. Le lenzuola sono da lavare. Non ho preservativi.
Il bagno  lurido. Ma lei sembra fregarsene. Sta mettendo
su della musica - Histoire de Melody Nelson di Serge
Gainsbourg, l'ultima cosa che ho ascoltato - e si aggira
nel disordine. Raccoglie libri dal pavimento per leggerne
i titoli. Non rovescia nulla.
- Tu sei un... che cos' che fai, scusa? - chiede ad alta
voce.
Mi fa un po' paura.
In cucina, mentre il bollitore comincia a fischiare, bevo
una sorsata di vodka dalla bottiglia. Sono troppo sobrio
e tutto quello a cui riesco a pensare  il tassista che
mi strizza l'occhio nello specchietto. Se mi giro, me lo ritrover
l nell'ingresso, a fissarmi stupidamente.
La vodka mi brucia l'ulcera.
- Lavoro a casa, - dico. -  piuttosto noioso. Non credo
ti possa interessare.
 cos che ci siamo conosciuti. Ero seduto a un tavolo
in un locale, e non riuscivo nemmeno a staccare l'etichetta
della bottiglietta da una sterlina che avevo davanti. Non
ballavo. Non sapevo perch ero li. Poi  comparsa una ragazza
e mi ha detto che le avevano dato buca. Adesso mi
accorgo di quanto suoni falso. Probabilmente se l' inventato.
Certo. Mi ha abbordato, mi ha chiesto se ero da solo e si  seduta. (Forse mentiva. Ma in quel momento, entrambi
sbronzi marci, ci sembrava pi che possibile). E io
mi sono messo a pensare: Ha deciso che le piaccio, ora
anch'io devo decidere che mi piace.
Cos sono rimasto seduto, lanciandole occhiate, sforzandomi
di farmela piacere.
Non  stato difficile.
 molto bella.
Ha i capelli neri che le arrivano appena sopra le spalle,
gli occhi neri, la pelle bianchissima.
Ha i denti storti e dita affusolate da pianista.
 vestita bene.
 spigliata.
 sveglia.
(Non ho idea di che cosa ci faccia in casa mia).
Ci alziamo dal tavolo e andiamo in un angolo del locale.
Lei mi mette un braccio intorno al collo e mi succhia il
colletto della camicia. Un uomo si avvicina e le tocca un
braccio. Ha le spalle larghe ed  minaccioso, il viso  in
ombra. Se ne va. Lei lo ha ignorato. Non balliamo. Restiamo
li nell'angolo fino a che non si accendono le luci. Poi
fuori dal locale si piazza sul marciapiede alzando il braccio
verso la strada, con un angolo della gonna sollevato.
Mi sorride. Un taxi accosta e ci salgo su, senza sapere chi
lei sia, e a un certo punto mi passa la sbornia.
Adesso sono nella cucina di casa mia in attesa che l'acqua
bolla e nel mio soggiorno c' una sconosciuta.
- Che cos' che fai? - le grido.
Questa la so. Me l'ha gi detto prima.
Silenzio. Nemmeno il ticchettio dell'orologio fa rumore.
- Mi occupo di occhi, - sussurra.
Mi  sbucata di colpo alle spalle.
- Lavoro da un ottico. Fa schifo. Dovrei licenziarmi.
Mi giro. Si  tolta i vestiti.
I suoi occhi sono grandi e neri. Non stiamo usando il
preservativo. Non le ho chiesto se prende la pillola. Lei
non sbatte gli occhi. Si morde il labbro. Per forza che deve
farlo, per evitare che i gemiti le sfuggano dalla bocca e
passando attraverso i muri arrivino fino alle orecchie del
bambino dei vicini. I suoi occhi non si chiudono. Al
contrario, si ingrandiscono. Si ingrandiscono sempre di pi,
fino a che io non divento dolorosamente sobrio e dolorosamente
consapevole del suo sguardo. E una volta finito
tutto, anche se non la rivedr mai pi, lei sar in grado di
ricordarsi che faccia avevo mentre la scopavo. Eccola qua,
mi graffia la schiena e si morde il labbro e non le esce un
suono di bocca tranne quello del respiro e i suoi occhi non
si chiudono anzi si ingrandiscono sempre di pi, di pi e
di pi, fino all'inverosimile, fino a che non diventano simili
a grandi lenti nere intente a registrarmi.
Subito dopo  tutto tiepido e tranquillo. Luce azzurrina
delle cinque di mattina. Stiamo sdraiati sopra le lenzuola
con le gambe intrecciate e mi chiedo cosa ci diremo
quando ci alzeremo domattina, con il dopo-sbronza, non
ubriachi. Faremo finta che non sia successo?
(Forse me lo chiedo a voce alta).
- Non mi pentir di questo, - dice lei.
 quasi addormentata.
- Ma a volte sento il bisogno di fare qualcosa senza pensare
alle conseguenze.
Chiuder la porta a chiave, penso.
(La porta non ha una serratura).
In qualche modo ci intrappoler qua dentro.
- Aspetta, - dice lei, svegliandosi all'improvviso e mettendosi
a sedere.
Ci siamo, penso. Se ne va. Se n' andata. E uscita per
strada, nuda. E sparita.
Si china su di me, la testa e le braccia si muovono confuse
di fianco al letto. Sento lo sbattere e il tintinnare degli
oggetti nella sua borsa. Si tira su con in mano un piccolo
contenitore di plastica, butta la testa in avanti e si porta un
dito vicino all'occhio, il sinistro, strofinandosi la pupilla.
- Vedi, - dice, piazzandomi il dito sotto al naso. - Mi
ero quasi dimenticata.
Sulla punta del dito c' una lente a contatto.
- Non ne ho bisogno, - dice. - Le ho rubate al lavoro.
 che mi piace mettermi delle cose negli occhi.
 la prima volta che vedo la cicatrice. Parte dalla curva
della spalla e le si attorciglia sul braccio. E di un blu pi
scuro e minaccioso del resto della sua pelle alle 3,15 di mattina.
 lunga una quindicina di centimetri.
Lei dorme.
Mi chino su di lei, abbastanza vicino perch il mio respiro
le scompigli la leggera peluria sulla pelle. Ci sono altre
cicatrici, anche; sono pi chiare e si incrociano gi lungo
il braccio. Ma questa  la pi grossa.
Immagino una lametta, una macchia di sangue sulla carta
igienica e una porta del bagno chiusa a chiave. Immagino
altre cicatrici invisibili che le corrono sotto la pelle.
Sfrecciano e scoppiettano come uno spettacolo di fuochi
d'artificio di cicatrici.
A volte si muove nel sonno. Si rannicchia e sussulta,
come se qualcuno in sogno la stesse punzecchiando con un
bastone o la stesse intrappolando in una rete. Fa dei versi,
mugugna, ma fino a ora non si  svegliata. Una volta ha
detto qualcosa che assomigliava a Darren. Questa  la
quarta volta che dorme nel mio letto. Non credo proprio
che se ne andr adesso e ancora non so dov' casa sua. Qui
ha uno spazzolino, una grossa sacca di vestiti e da oggi un
altro paio di scatoloni.
Lecco la cicatrice. Sa di sale e doccia-schiuma.
Nel mio letto c' una ragazza di vetro. Se le faccio troppe
domande si frantumer. Quindi aspetter che risponda
alle sue stesse domande e nel frattempo giocher a unisci-i-puntini
al buio.
Ecco alcuni dei puntini che ho unito da solo, non dormendo:
Ha un ex che vve da qualche altra parte.
 da li che provengono gli scatoloni e il resto della roba.
Le  accaduto qualcosa di brutto.
 andata a letto con un bel po' di gente.
i Io sono il suo nuovo ragazzo.
Adesso vive qui.
Poco fa siamo stati al pub - The Princess and Noose,
quello di zona - quando  uscita dal lavoro. Mi ha chiesto
cosa c'era che non andava.
- Niente, - ho detto.
- Sai che puoi chiedermi qualunque cosa, - ha detto lei.
(Non le credo).
- Fammi una domanda, - ha detto.
Allora le ho chiesto: - Ti va un altro drink?
Lei ha sorriso e ha detto: - Vodka e coca.
In piedi gomito-a-gomito con tutti quei vecchi strambi
al bancone, ho dovuto fare uno sforzo e non voltarmi a
controllare se lei era ancora al tavolo.
Piantala, mi sono detto. La tua fortuna ha girato. La
tua fortuna ha girato su se stessa come la testa di un gufo.
Lei non scapper via, almeno non questa sera.
Barry, uno dei clienti abituali, ha continuato a darmi
gomitate e a chiedere chi fosse.
-  la mia ragazza, - gli ho detto.
- Era ora, amico, - ha detto. - Ormai pensavamo che
fossi una checca.
Dall'altro lato del tavolo, lei continuava a sorridermi.
(Aveva l'aria molto triste quando lo faceva).
Ogni volta che andavo a pisciare, mi aspettavo di tornare
al tavolo e scoprire che se n'era andata. Non ci sarebbe
stato pi neanche il suo drink, si sarebbe tutto rivelato
uno scherzo complicato noto a tutti i clienti del locale.
- Cristo santo. Che c' che non va? - dice lei, all'improvviso,
sbattendo platealmente il bicchiere sul tavolo.
Storce la bocca. - C' qualcosa. Dimmi.
Ma non so davvero come fare. Sto seduto sulle mani,
senza neanche permettermi di bere un sorso. Se faccio o
dico la cosa sbagliata lei diventer un terribile incidente.
I pavimenti di legno di questo pub sono belli duri. Lei ci
si frantumer sopra come una traballante torre di bicchieri,
e tutti quanti rideranno e staranno a guardare, e persino
le slot machines per un secondo smetteranno di tintinnare
e lampeggiare.
- Avanti, - dice lei, cercando di tirarmi la mano fuori
da sotto il culo strattonandomi il maglione. - Non fare il
fifone.
E prima che riesca a fermarmi, l'ho detto. Le ho detto
che ho paura di toccarla, di fare qualcosa di sbagliato e
sgradevole, e le ho detto che ho paura che d'un tratto mi
dica di andarmene affanculo. Le ho detto che ho la sensazione
di avere bisogno di un permesso scritto per riuscire
a sentirmi a mio agio con una persona, per sapere che non
sar un problema.
Il suo sorriso non se ne va.
I suoi occhi non smettono di sembrare tristi quando
sorride.
Non dice niente ma, afferrata la borsa, ci fruga dentro
e tira fuori uno scontrino. Mi chiede se ho una penna, che
non ho. Allora si alza e va al bancone e torna con una biro.
Gira lo scontrino e scrive qualcosa sul lato bianco.
Mentre scrive si mordicchia il labbro. Poi mi allunga il bigliettino
e la sinuosa scritta a penna nera dice:
A chi di competenza,
con la presente conferisco al portatore d questo scontrino
il permesso di farmi il cazzo che gli pare e prometto
che non sar un problema.
In effetti, credo che mi piacer un sacco.
Sinceramente
Alice Holborn
Dopo aver letto il biglietto smetto di stare seduto sulle
mani e bevo un bel sorso dal bicchiere.
- Non puoi essere sempre stato cos, - mi dice, stringendomi
le dita.
- Infatti, - mento.
- Allora cos' successo?
Non posso dirle la verit: che non ho mai avuto una vera
e propria ragazza prima d'ora; che ogni persona da cui sono
stato attratto, l'ho fatta scappare con la gelosia e la paranoia
e la paura di rovinare tutto. Sono deciso a far funzionare
questa storia. Mi ricostruir come un essere umano
saldo, stabile e razionale. Sar qualunque cosa lei voglia
che sia. Alice, se mi vuoi sono tuo.
- Non lo so, - dico.
- A volte, se c' qualcosa che vuoi fare, devi farla e basta,
- dice lei, lasciando che le luci sul nostro tavolo si riflettano
brillando nei suoi occhi.
Sospira. Si sposta leggermente. Lo scontrino  nel mio
portafoglio e il mio portafoglio  nella tasca posteriore dei
jeans e i jeans sono appesi alla sedia accanto al letto. Sposto
la mano dal suo fianco e facendogliela scivolare sui reni
gliela infilo tra le gambe. Lentamente le spingo il dito
medio dentro.
Lei non si sveglia.
Non  un problema.
In effetti, probabilmente le piace un sacco.
Stiamo ridendo dei vicini di casa.
- Ma  cos ogni notte? - dice Alice.
- Quasi sempre, - dico. - Ti abituerai.
La vicina sta squittendo.
Il vicino sta grugnendo.
- Aiutami, - sta dicendo la vicina. - Aiutami. Aiutami.
- Come posso aiutarti? - dice il vicino.
Poi altri squittii, altri grugniti.
- Sembra che stiano litigando e insieme facendo sesso,
- dico. - Una litigata sessuale.
Questo fa ridere Alice. Si rannicchia contro di me, mi
posa la bocca sul petto e mi mordicchia. Le faccio il solletico
sotto le braccia e squittisce. Mi fa una pernacchia sullostomaco.
- Anche noi dovremmo fare una litigata sessuale prima
o poi, - dice.
- Okay, - dico. - Aiutami.
- Come posso aiutarti? - dice lei.
Faccio uno squittio e lei mi copre la bocca con le mani.
- Shh, - dice, - ti sentiranno.
Poi fa un bel grugnito.
- Quand'ero piccola, - dice, - quando i miei abitavano
ancora in campagna, c'era una coppia di vicini che litigava
tutto il tempo.
Prima d'ora non ha mai parlato dei suoi genitori. O della
sua infanzia.
- Ma era orribile. Ogni notte sembrava che l'uomo stesse
ammazzando la donna. Come se le sbattesse la testa contro
il muro. Io stavo a letto e aspettavo di sentire la sirena
della polizia.
- Dove sono adesso i tuoi? - dico.
Appena finisco di dirlo, sembra la cosa sbagliata. Qualcosa
in lei cambia. Qualcosa si congela. Qualcosa si spezza.
Si rigira nel letto, cos non siamo pi vicini come prima.
Volta la faccia verso il muro. Voglio dirle che non 
obbligata a rispondermi se non vuole. Che non deve dirmi
assolutamente niente.
- Non in Inghilterra, - dice, e la chiude l.
Era di nuovo al telefono. Si porta il cellulare nel bagno
e si chiude a chiave. Parla con qualcuno sottovoce.
Quando stacca dal lavoro arriva a casa con degli scatoloni.
Piano piano la casa si riempie delle sue cose. Durante
il giorno le passo in rassegna; libri, vestiti, prodotti per
capelli, Cd. Niente lettere, diari o fotografie.
Non c' molto da scoprire. So che le piacciono i Joy Division,
Tom Waits e gli Erasure. So che legge Albert Camus,
Jane Austen e Ana'is Nin. So che fa spese da Topshop,
H&M e Dorothy Perkins.
Non so nulla di lei.
Seduto in camera mia - in camera nostra - circondato
dai suoi scatoloni, cerco di trovare un legame o un pezzo
di lei in tutta questa roba. Ci sono profumi e tre nuovi
tipi di saponette in bagno (cosa fanno i suoi genitori?) C'
un affare viola spugnoso che pende dalla doccia (sono io
che me lo immagino o lei riesce sempre ad allontanare qualsiasi
conversazione che riguardi il suo passato?) La sua biancheria
 quasi tutta di Marks & Spencer (perch  scoppiata
a piangere all'improvviso, l'altra sera, quando eravamo
a letto?) Ha pi o meno un centinaio di collant.
Viene tutto dalla casa del suo ex. Per forza.
Darren.
E pi grosso di me. Ha i capelli corti scuri e porta una
maglietta da rugby col suo nome scritto sulla schiena, darren. Il numero 69. E tonto e scontroso, con la faccia perennemente
in ombra.
( l'uomo nel locale dell'altra notte).
Alice lo ama ancora. Passa da lui dopo il lavoro. Darren
vive in una casa a schiera di due stanze, nel giardino
davanti c' una bici da bambino arrugginita. Lei suona il
campanello. La porta si apre. Entra.
- Allora, cosa vuoi? - dice lui nell'ingresso, e mentre
parla il labbro inferiore si muove pesantemente.
Darren legge una rivista maschile, dalla prima all'ultima
pagina.
- Sono venuta a prendere le mie cose, - dice lei, senza
guardarlo negli occhi. Ha paura di farlo. Cos si guarda le
scarpe poi guarda quelle di lui. Stivali neri accanto a tozze
scarpe da ginnastica bianchissime.
Darren profuma di dopobarba. Ha la pelle rossa e liscia
da bambino. Si appoggia al muro per farla passare.
Darren le tocca il braccio.
La pelle di Alice se lo ricorda.
La pelle di Alice le manda al cervello una specie di sms,
che dice:
Scopati Darren 1 ultima volta. Assicurati ke non sia 1 sbaglio.
Alice  in camera da letto, adesso, sta mettendo le cose
in una scatola da scarpe. Piccole cose, tutto quello che
rimane; una boccetta di profumo e una penna.
(Forse le ha lasciate qui apposta).
Darren  in piedi sulla soglia, la guarda.
I suoi pensieri sono come un gangsta rap, ottusi e violenti.
I suoi pensieri gli dicono in testa cose come puttana
e culo. Dicono scopati il culo di quella puttana un'ultima
volta. Ovviamente c' un ritmo dietro ai suoi pensieri. E
il cuore di Darren.
- Allora siamo proprio alla fine, eh? - le dice alle spalle.
Darren parla come alla televisione; qualcosa di americano,
con interruzioni pubblicitarie e spot.
Alice si china verso il piccolo cassettone con lo specchio,
incrociando gli occhi di Darren nel vetro. Lo guarda
camminare attorno al letto, avvicinarsi a lei e metterle le
mani addosso. Le alza la gonna sui fianchi.
Lei non lo ferma.
Si limita a chiudere gli occhi e respirare il suo odore.
Io sono davanti alla casa di Darren, nascosto dietro una
macchina. Sono qui da troppo tempo. Si sta facendo freddo.
Non riesco a vedere niente dalle finestre della casa di
Darren; sono scurissime e assolutamente opache.
Ho seguito Alice dopo il lavoro e sul tram.
(Quando usciranno, quando rimarranno sulla soglia di
casa e faranno la loro scena dell'addio finale mi alzer
in piedi e riveler la mia presenza. Andr da loro, dir
qualcosa di tagliente poi in qualche modo far sputare a
Darren tutti quei cazzo di denti).
Col tram siamo arrivati fuori citt fino alla tortuosa zona
residenziale con le case di mattoni rossi. Bambini in bici.
Drogherie. Sigarette King Size. Vecchiette curve. Carrelli
della spesa. Mi sono seduto una carrozza pi indietro,
e ho guardato Alice dalla finestrella del tram.
(Dopo che avr fatto sputare a Darren tutti quei cazzo
di denti, Alice sorrider. Si innamorer di me. Come per
miracolo smetter di piovere e qualcuno in lontananza
esulter. Questa diventer la storia che racconteremo ai
nostri nipoti a Natale, e tutti ascoltandola rideranno e faranno
tintinnare i bicchieri di sherry e mi daranno delle
pacche sulla schiena. Ma bravo! mi diranno incoraggianti,
dandomi dell'irresistibile canaglia).
Poi la porta si apre.
La porta di casa di Darren si apre.
Alice esce sul vialetto.
Esce una donna, non Darren ma una donna con addosso
un lungo maglione che le sta male. Sul maglione c' una
brutta immagine di Michael Bolton ricamata a mano. La
donna ha i capelli ramati.  la mamma di Alice, per forza.
Hanno gli stessi occhi neri, la stessa pelle bianca, gli
stessi denti leggermente storti. I loro colli sono piegati come
fiori infilati in una bottiglia di vodka.
Questa  la casa dei genitori di Alice e la mamma di Alice
le sta dando una scatola da scarpe.
Perch mi ha mentito?
Sua mamma  ferma sulla soglia di casa con indosso un
maglione di Michael Bolton.
I suoi non sono all'estero.
Voglio saltare e sbracciarmi e urlare. Voglio che sappia
che l'ho seguita fino a qui, che non mi fido di lei e che sono
ancora convinto che da qualche parte ci sia un tizio di
nome Darren con cui lei prima viveva e che si sta ancora
scopando di nascosto.
Invece me ne sto rintanato dietro la macchina.
Al ritorno mi sento abbastanza in colpa da fermarmi a
comprare un mazzo economico di fiori al supermercato.
Col tempo Alice mi dir tutto; di sua mamma, dei suoi
ex fidanzati, della sua vita prima di me. Si riveler lentamente,
come una fotografia mentre si sviluppa. Comincer
a sentirsi al sicuro e a suo agio e inizier a dire la verit.
Comincer ad avere bisogno di me.
Ma perch questo accada, devo lasciarle spazio.
Devo essere calmo e tranquillo; non geloso o possessivo
o critico.
Soprattutto, non devo farla scappare.
(So che non stiamo insieme da molto ma non so cosa
farei se lei se ne andasse).
Quando viene Alice mi stringe forte a s, cos riesco a
sentire il suo corpo che trema, le sue braccia e le sue gambe
avvolte intorno al mio, i suoi capelli sulla faccia, il mento
che mi affonda nella spalla. E la cosa che mi eccita di
pi. Fa venire anche me. Non sono come Will, che probabilmente
si eccita davanti a una qualsiasi immagine sessuale
extracorporea; una visione porno chiara e totale di lui
intento a sbatterlo dentro a qualche ragazza. Quello che
voglio io non  visivo. Quello che voglio  confuso e indistinto.
 in qualche punto dentro Alice.  la parte di lei
che mi vuole.
Dopo rimane sdraiata su di me, con la testa appoggiata
alla mia.
Mi sento al sicuro, sepolto sotto di lei. Se in qualche
modo potessimo semplicemente restare cos - se trovassimo
il modo di non dover mangiare o bere o lasciare la stanza,
e se questo fosse un obiettivo che potessimo realmente
inseguire e raggiungere, se cio fosse una cosa per cui
far domanda, una specie di borsa di studio del sesso o
qualcosa del genere, credo che sarei felice.
Per un bel po' non parliamo.
 domenica. Primo pomeriggio.
- Ora ti chieder una cosa, - dice.
- Okay, - dico.
- E voglio che ci pensi molto bene e mi dica la verit.
- Okay, - dico.
Pausa.
- Mi ami? - dice.
Cristo.
Siamo insieme solo da due settimane.
Non abbiamo mai pronunciato quella parola fino a ora.
A me farebbe paura, ma quando la dice lei, non suona
strana o di poco valore o come qualcosa della televisione.
Forse perch non ha bisogno di parlare a voce alta
e la sua testa  cos vicino alla mia e circa il novanta
per cento di ci che dice  solo un dolce tiepido respiro
nel mio orecchio.
- S, - rispondo.
Anch'io voglio usare la parola amore. Lo voglio davvero,
davvero tanto, ma non ci riesco.
- E tu? - dico, invece.
Sento che i muscoli della schiena le si contraggono.
Sento che qualcosa dentro di lei cambia.
Aspetto che mi risponda.
- Non lo so, - dice, alla fine.
All'improvviso tutto quanto sembra immobile e molto
lontano.
- Okay, - dico.
La voce mi  uscita bassa e strana, come in una telefonata
intercontinentale.
- Diosanto, - dice lei, - sto scherzando.
Ma la sento pi o meno a ottocento chilometri da me.
Non riesco a vederla in faccia. Non riesco a vedere se
sorride mentre lo dice.
- Cristo santo. Certo che s.
Solleva la testa e mi guarda negli occhi. I suoi occhi sono
cos limpidi e grandi e neri,  come se tutta la mia faccia
potesse sparirvi dentro. Si appoggia su un gomito e mi
passa una mano fra i capelli.
- Vieni qui, - dice, e mi bacia. - Era uno scherzo di
merda. Credo di averlo visto in un film o qualcosa. Cristo.
Rilassati.
Adesso la sento a quattrocento metri da me, come se
stessimo ai lati opposti di un campo vuoto e ci stessimo salutando
con la mano.
Comincia a camminare attraverso il campo baciandomi
e mordendomi il collo.
- Scusa, - sussurra ogni tanto lungo il cammino. - Scusa.
- Sono grossi, - dice lei con lo spazzolino in bocca. - Non
si induriscono.
Poi sputa, apre il rubinetto.
Con le dita le sto pizzicando i capezzoli. I suoi occhi guardano
i miei nello specchio. Stiamo per andare a letto. Ci siamo
lavati la faccia e domattina lei dovr svegliarsi e andare
al lavoro, e io me ne star a gironzolare per casa tutto il giorno,
pensando a lei e guardando l'orologio.
Il rubinetto dell'acqua fredda fa rumore. Metto le dita
sotto l'acqua e le tocco ancora un po' il capezzolo; l'areola
ovale raggrinzita rosso cioccolato. Lei rabbrividisce ma
non si scosta.
- Te l'ho detto, - dice, con una macchiolina di schiuma
di dentifricio sul labbro inferiore. - Non sono cos bella.
A volte non so neanche perch ti piaccio.
Non rispondo. Non sono qui. Sto guardando tutto questo
alla TV.
Guardo le mie dita toccare le gocce d'acqua sulla sua
pelle allo specchio.
Questa  la mano di qualcun altro, penso, non la mia.
Questa mano sta agendo fuori dallo specchio delle mie
azioni e il suo capezzolo non si sta affatto indurendo.
Quanto eravamo innamorati.
Una notte, a letto, mi racconta di come un suo ex fidanzato
l'abbia persuasa a fare un porno. Aveva un amico
che lavorava per un sito web. Tutto sarebbe stato assolutamente
anonimo.
-  stato qualche anno fa.
Sta sussurrando.
 cos buio che riesco a malapena a vederla in faccia,
c' un silenzio tale che sento i sacchetti di patatine vuoti
accartocciarsi in strada davanti a casa. Sono le due del mattino.
Ha l'alito acido. La mia mano  sul suo fianco.
- Lo conoscevo appena, davvero. Siamo stati insieme
solo un paio di mesi.
Voglio e non voglio sapere.
- Cos'hai fatto? - chiedo.
- Solo sesso, - dice. - Il suo amico gli ha prestato una
videocamera e una notte mi ha filmato, sai... mentre mi
scopava. Era per questo sito amatoriale. Doveva solo assicurarsi
che la videocamera fosse ben fissata. Non era arte.
Sono stata zitta.
Voglio sapere i dettagli. Voglio sapere se prima gli ha
fatto un pompino. Voglio sapere in che posizioni lo hanno
fatto. Voglio sapere se le  venuto dentro o, come nella
maggior parte dei porno che ho visto, se le  venuto in
faccia o sulle tette. Ma non posso chiederglielo. Ha la voce
debole e tremolante. Scosto la mano dal suo fianco.
- Vi siete visti la cassetta, dopo?
- No. Lui si. Mi ha chiesto se volevo vederla e ho detto
di no. Cos l'ha data al suo amico ed  stata usata, a
quanto pare.
E lei? Anche lei  stata usata? E stata pagata?
(Dove sta andando la mia mano?)
Pi di ogni altra cosa, voglio chiederle il nome del sito.
Il film  ancora l? Qualcuno lo sta guardando mentre parliamo?
- Perch l'hai fatto?
Il cuore mi martella. Vedo fermo-immagini, fotogrammi,
lampi di lei in precise posizioni sessuali. Riesco a vedere
il suo corpo frantumato in una violenta sequenza di
piccole fotografie. Le immagini bruciano. Non se ne vanno.
Sono disgustato ed eccitato.
(La mia mano  tra le sue gambe).
Lei non risponde. Mi bacia e sento l'acido sulla sua lingua.
Non ne parliamo pi.
 lei che sceglie il quando e il dove per queste confessioni,
non io.
 lei che sceglie cosa dirmi e non dirmi.
Questa non  la sua prima confessione sussurrata alle
due-del-mattino.
La mattina resto steso a letto e la ascolto mentre si prepara
per andare al lavoro. Prima di uscire, torna in camera,
si china sul letto e mi bacia sulla fronte.
- Sei di prima scelta, - mi sussurra all'orecchio.
Poi se ne va.
Mi alzo e infilo la vestaglia. Vado nell'altra camera da
letto, quella vuota. Tiro le tende, mi siedo davanti al computer
e vado su Internet.
Il filmato  l, da qualche parte.
Un migliaio di orridi vecchi bavosi lo sta guardando
proprio adesso.
Si tratta di procedere per eliminazione.
Trover quel filmato a costo di morire.
Non mi arrender.
Sar il mio nuovo lavoro.
Trover il filmato.
Voglio vederlo. Voglio vedere la faccia di Alice. Voglio
vedere se con un altro  diversa, se le piace di pi. Voglio
vedere lei senza che lei veda me. Poi lo distrugger;
far in modo di toglierla da Internet. Adesso dovrebbe stare
con me e basta, non con me e con qualcun altro che la
clicca per caso.
Cos mi faccio strada con Google attraverso centinaia
di siti porno amatoriali.
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Passo in rassegna tutte le pagine, senza trovare nulla,
mentre un migliaio di altri uomini sparsi per il mondo si
imbattono per sbaglio nella sua immagine. Piazzano il cursore
sulla sua fotografia e cliccano. La scaricano. Seduti in
stanze buie e ammuffite, si contorcono sulle sedie mentre
lei ansima e sporge le labbra verso l'obiettivo.
Alice guarda fuori dallo schermo; non loro, niente. I
suoi occhi sono grandi, neri, vuoti.
Butta la testa indietro e urla di piacere.
La incontro dopo il lavoro in un vodka bar vicino a
Market Square. Camminando per la citt, mi sento delicato
e sensibile come la pelle nuova dopo che si  tolto il
cerotto. Ho ancora davanti le immagini dei siti web, centinaia
di ragazze che fissano con occhi ciechi dallo schermo
del mio computer.
La testa mi scoppia di ex fidanzate amatoriali di qualcun
altro.
Lei  stravaccata su un divano accanto a un'altra ragazza.
Quando mi vedono Alice mi fa un saluto stanco e molle.
Sono entrambe ubriache per l'aperitivo.
Sono da poco passate le sette, cos prendo una pinta di
birra e la bevo velocemente, cercando di mettermi in pari.
Vengo presentato. William, lei  Lauren. Anche Lauren
lavora da un ottico. Anche Lauren pensa che lavorare
da un ottico faccia schifo. Lauren si chiede cosa faccia tu
nella vita.
- Lavoro a casa, - le dico.
- Ah s? - dice Lauren, alzando un sopracciglio. - Cosa
fai?
- Una cosa noiosa, - dico. - Non credo che ti interesserebbe.
- Prova, - dice Lauren.
Cos dico che lavoro con dei sistemi cercando di seminare
termini tecnici come protocollo e analisi e statistiche.
Lauren aggrotta le sopracciglia. C' qualcosa che non suona
giusto. Qualcosa non torna, Lauren non sa che cosa.
- Com' andata oggi? - chiedo a Alice, cercando di
cambiare argomento, mettendole una mano sul ginocchio
e accarezzandola, sentendo la frizione elettrica del mio pollice
contro i suoi collant, cercando di comportarmi normalmente
ma rendendomi perfettamente conto che questa
non  nient'altro che una recita.
Lauren mi sta ancora guardando.
Lauren non smetter di guardarmi.
Lauren pensa che io sia un bugiardo, uno sporco pervertito.
Ce l'ho scritto in faccia.  chiaro che cos'ho fatto tutto
il giorno a casa.
E Lauren lo dir a Alice la prossima volta che saranno
sole - la prossima volta che andranno al bagno, magari -
dir ad Alice che cos'ho davvero fatto durante il pomeriggio
e Alice dar di matto e mi lascer.
Alle otto il locale comincia a riempirsi. Ragazzoni con
camicie Ted Baker. Teste rasate. Tintarelle da Ibiza.
Alice mi bacia, spingendomi la lingua in bocca. Sa di
Seabreeze. I suoi denti sono freddi come cubetti di ghiaccio.
Apro gli occhi un secondo e Lauren ci sta fissando.
Sembra a disagio.
Quando abbiamo finito, Lauren fa finta di guardare
l'orologio, il cellulare e di ricordarsi all'improvviso di una
cosa.
- Oddio, - dice, - devo proprio scappare... - Si alza in
piedi lasciando a met il suo cocktail sul tavolo.
- Va bene, - dice Alice sorridendo. - Ci vediamo domani.
Prima ancora che Lauren sia uscita dalla porta, Alice
mi prende la mano e se la mette sotto la maglietta. Non
porta il reggiseno. Affonda la testa nella curva del mio collo
e mugugna qualcosa.
Si comporta cos, di solito, quando  un po' sbronza.
Si eccita, credo, al pensiero che la gente la guardi.
Per sbaglio incrocio gli occhi neri e lontani di un ragazzo
al bancone.
Non batte ciglio.
Guardo da un'altra parte, ma lo sento ancora l che mi
fissa.
Sembra che tutto il locale - che tutto il mondo - stia
guardando.
Mi sento male e ho freddo.
Mi si  quasi seduta in braccio.
Mi si sta attorcigliando addosso, baciandomi il collo e
leccandomi il pomo d'Adamo.
- Prendetevi una stanza! - grida il ragazzo al bancone,
e qualcuno applaude.
Cos, dopo un ultimo shot di vodka, seguiamo il consiglio.
Prendiamo un taxi fino a casa e devo aiutarla a scendere.
Mi butta un braccio sulle spalle e si appoggia con tutto
il peso.
La porto in bagno.
Si chiude dentro.
- Stai bene? - grido attraverso la porta dopo un po'.
La sento piangere.
Accendo la tele.
Alzo il volume.
Esce e si siede accanto a me sul divano. Abbasso la tele.
Appoggia la testa sulla mia spalla, profumata di sapone,
gli occhi rossi e irritati. L'abbraccio. Guardiamo uno
speciale sul debito del Terzo Mondo. Ho la mano vicina
alla sua tetta. Alice tira su col naso. La raccolgo nella mano,
ne sento il peso molle e triste.
- No, - dice lei, e allora la lascio andare.
Non  lei, ma ci siamo vicini. Ti sorride. Ha i denti puliti.
Di un bianco acceso. Si scrolla i capelli dagli occhi. Si
muove lenta, facendo delicatamente scendere una spallina
del reggiseno. Ha gli occhi grandi e neri. Non  nervosa.
L'unico rumore  il tuo respiro. Scende anche l'altra
spallina. Questa non  lei. Non lo . Ma  comunque la pi
simile. Si lecca le labbra e ride da sola. Poi si porta le mani
dietro la schiena, sgancia il reggiseno e se lo tiene addosso.
Sporge le labbra come una fotocopia di Marilyn
Monroe. Si avvicina, sorride di nuovo e lascia che....
Si blocca. Freneticamente, dicchi sul file successivo.
Armeggi in modo maldestro perch stai usando il mouse
con la mano sinistra. Quattro del pomeriggio. Le tende sono
tirate. La stanza  calda e sa di muffa. Accanto al computer
c' un rotolo di carta igienica.
... il reggiseno cade a terra. Ti avvicini allo schermo e
strizzi gli occhi. I capezzoli sono troppo piccoli. Sono rosa,
quasi rossi. Lei se li prende tra le dita e li pizzica. Ridacchia
in silenzio. La telecamera si sposta sulla sua pancia.
Le sue dita la seguono verso le mutande. Aggancia i
pollici al sottile elastico nero e dimena i fianchi, strusciando
le cosce l'una contro l'altra. Vedi benissimo la sua pelle.
Sulla gamba non ha nessuna voglia a forma di coscia di
pollo, per, e non ha nessun neo accanto all'ombelico. Si
piega in avanti mentre si toglie le mutandine, la testa che
oscura...
Bloccato di nuovo. A tastoni cerchi un pezzo di carta
igienica con la mano libera. Quello in corridoio era il rumore
della buca delle lettere? Svelto, controlli le tende in
cerca di uno spiraglio.  solo il giornale, il ragazzo della
posta se ne sta andando lungo il vialetto. Alice non sar a
casa che tra un'ora. Cos clicchi sulla clip numero tre (cio
tutto quello che le fiche vergini inglesi ti danno senza
carta di credito).
...la visuale. Si toglie le mutandine e si stende supina
sul letto. La telecamera si muove tra le sue cosce. Schiacci
il naso contro lo schermo. I peli pubici sono neri. E rasata.
Anche sulle labbra. Le apre con le unghie laccate di
rosa brillante e ci affonda il dito medio. Lo schermo  caldo.
Ronza contro la punta del tuo naso e a questa distanza
ravvicinata lei  sgranata e distorta. Comincia ad assomigliare
a una partita di Tetris. Allora allontani di nuovo
la testa, quel che basta, ma vorresti riuscire a spingerla oltre
la plastica fino al rosso ardente della fica.
Alice, Alice, Alice, pensi, mentre gli occhi si chiudono,
e le tende e il giornale e il mal di testa vengono inghiottiti
da un caldo, crescente, divorante nulla.
Mi abbottono i jeans e mi alzo. La spina dorsale scrocchia.
Apro le tende e do un'occhiata in strada. Un vecchio
 in piedi alla fine del nostro vialetto, in attesa che il cane
finisca di cacare sul marciapiede.
In bagno, cerco di pisciare senza vedere il riflesso del
mio cazzo rosso, infiammato e semi-eretto allo specchio.
 impossibile. Lo specchio  di fronte a te. Ti affronta. 
uno stupito occhio di vetro, striato di sputacchi di dentifricio
e residui d'acqua lasciati da Alice quando si  asciugata
i capelli.  proprio accanto alla tazza del cesso, e mi
riflette. Pisciare dovrebbe essere abbastanza, no? Pisciare
e cacare ed essere un animale dovrebbero essere abbastanza,
anche senza doversi guardare mentre lo si fa. Lo
specchio c'era gi quando mi sono trasferito. Ha qualcosa
a che fare con il feng shui, crede Alice.
Il mio cazzo assomiglia a come immagino sia un corpo
annegato e gonfio.
Prendo lo specchio e lo porto in giardino. Lo appoggio
al muro, quello dove il bambino di un precedente inquilino
ha disegnato col gesso una Tartaruga Ninja. Faccio
qualche passo indietro per rimirare il mio lavoro. Cos va
meglio. Che sia la natura ad avere il suo stupido cazzo riflesso.
Vediamo cosa pensano della novit le foglie e le lumache
e i tappi di bottiglia.
Per il resto della giornata non faccio niente.
Guardo la Tv.
Mangio biscotti Rich Tea.
Sono costantemente perseguitato dall'immagine di una
ragazza bionda che si masturba con una scarpa.
Alle sei meno un quarto Alice torna a casa dal lavoro.
- Giornata buona? - le grido senza girarmi.
Non risponde. Si toglie il cappotto, si sfila gli stivali e
va in bagno.
Dopo una pausa, parte lo sciacquone.
- Dov' finito lo specchio? - dice.
-  in giardino, - dico. - L'ho messo l.
Aspetto che mi chieda perch.
Quasi voglio che mi chieda perch.
(Non so cosa dir se lo fa).
Ma lei si rimette gli stivali, va in giardino e lo riporta
in bagno.
A letto ascoltiamo uno dei Cd di Alice. Una specie di
musica elettronica. Lei sfoglia una rivista di moda che 
per l'ottanta per cento pubblicit. Con la coda dell'occhio
io guardo le pagine che girano.
- Aspetta un attimo, - dico, piazzando la mano aperta
sulla rivista.
- Cosa? - dice.
Mi avvicino, fingendo di guardare meglio una modella
dai capelli rossi in un servizio fotografico.
- Cosa? - dice. - Che c'?
- Niente, - dico, lasciando andare la rivista. - Assomigliava
un po' a una che conosco.
Aspetto.
Il silenzio intorno a noi aumenta.
- Tipo chi? - dice alla fine.
- Oh, una con cui uscivo.
- Capito, - dice Alice e volta pagina. Comincia a leggere
un articolo sulle iniezioni di collagene delle celebrit.
Tutto qui? Capito, come se non mi credesse? Perch
non dovrei avere da qualche parte una ex che assomiglia
un po' alla ragazza della rivista?
Avevo un'intera storia d'amore pianificata, pronta da
raccontare; una ragazza che avevo conosciuto in un vecchio
posto di lavoro - Carol - che alla fine si era trasferita a Londra.
Avevamo vissuto insieme per quasi un anno poi era finita
amichevolmente. Era il suo lavoro, non io, a renderla
infelice e ad aver causato il trasferimento. Avevamo provato
a distanza per un po', ma non aveva funzionato. Siamo
ancora amici ma ci siamo pi o meno persi di vista.
- Carol, - dico, ad alta voce.
- Cosa? - dice lei, alzando gli occhi dall'articolo.
- Carol. Si chiamava. Quella con cui uscivo.
- Grande, - dice.
Faccio una pausa d'effetto.
- Per un po' abbiamo vissuto insieme.
- Fantastico.
- Poi ha dovuto trasferirsi a Londra.
- Meraviglioso.
- Ci sentiamo ancora -. Alice ha chiuso la rivista. - Ma
non in quel senso. Siamo solo amici.
Lei scosta le coperte e scende dal letto.
Esce dalla stanza. Credo che stia andando in bagno, ma
poi sento il rumore dei suoi passi gi per le scale e lungo
il corridoio e in cucina. Aspetto di sentire il rubinetto che
si apre o l'acciottolio di un piatto sul bancone.
Niente.
Aspetto a lungo.
Ancora niente.
Alice  gi in cucina, probabilmente seduta al tavolo
con la testa tra le mani, a odiare Carol, vedendo immagini
di me e lei a letto insieme, al parco, che ridiamo, ci baciamo,
dividiamo un gelato...
Carol, quella stronza di Carol, sta pensando Alice, mordendosi
le labbra e torcendosi le mani e morendo dalla voglia
di rompere le ginocchia a Carol e di ficcarle spilli roventi
negli occhi.
Sono qualcuno per cui vale la pena di essere gelosi,
penso.
Ho vinto.
Alice  decisamente innamorata di me.
Inaspettatamente Will viene a farci visita. Tre del pomeriggio.
Alice  al lavoro. Io sono al piano di sopra nell'altra
camera da letto, davanti al computer. Lo schermo 
pieno di finestre [Festa di Sesso] [Casalinghe Al Piscina-
Party], Quando cerco di chiuderle, ne appaiono ancora di
pi. Sbircio in strada da uno spiraglio nelle tende. Will suona
il campanello per la seconda volta. Aspetto che se ne vada.
Ma Will  insistente. Fa un passo indietro. Guarda su
verso la finestra. Mi vede e mi saluta.
Spengo il monitor e scendo le scale, sentendomi strano
e con gli occhi indolenziti.
- Volevo solo vedere come va la tua nuova vita, - dice
quando apro la porta.
Andiamo in soggiorno.
Si siede sul divano e comincia a rollarsi una sigaretta.
- Allora? - dice.
- Tutto bene, - dico. - Va tutto bene [Il Parcogiochi
Sessuale di Abigail] Bevi qualcosa?
- Non posso rimanere, - dice. - Ho un appuntamento
con un tizio in citt tra un minuto. Forse riesco a organizzare
un'altra mostra.
- Come sta Katrina? - dico [Festival Del Culo Hardcore].
- Chi? - dice.
- La ragazza che mi hai presentato settimana scorsa.
- Oh, Katriina, - dice, pronunciandolo in modo diverso.
- Non chiedermelo.
Cos non lo faccio.
Will si accende la sigaretta e guarda in giro in cerca di
un posacenere. Vede qualcosa di Alice, un Cd sul tavolino.
- Da quando in qua ti piacciono gli Erasure? - dice.
- Non sono male, - mento.
Prende in mano una tazza mezza piena di t e ci scrolla
dentro la cenere. La posa accanto al piede.
- C' un odore diverso qua dentro, - dice, alzando il
sopracciglio e guardandosi intorno.
- Che vuoi dire?
- Ed  anche pi ordinato.
Poi nota un paio di scarpe da ginnastica di Alice sotto
il tavolino.
- Cristo santo, - dice. - Ma c' una donna?
- Perch ti sembra cos incredibile? - dico [Levatrici
Arrapate, On line in questo momento ! ]
- Perch in quanti sono gli anni che ti conosco, non hai
mai avuto una donna.
- Beh, ora ce l'ho.
- Cristo santo, - dice di nuovo, sorridendo e scuotendo
la testa.
Lascia cadere il mozzicone nella tazza.
- Devi presentarmela, prima o poi, - dice alzandosi.
Lo accompagno alla [Cento Film Gratis] porta.
- Will, - dico. - Se mai la incontrerai, non dirle che
sono disoccupato, okay? Le ho detto che lavoro da casa.
- S, s, come vuoi, - dice, senza veramente ascoltare.
- Prima che mi dimentichi... l'altra ragione per cui sono
passato... Non  che potresti annaffiarmi le piante la settimana
prossima? Vado a Parigi per un po', sai. Per delle
mostre. Doveva farlo la vecchia della porta accanto, ma 
morta ieri notte.
Mi allunga una chiave.
- Ti saluto, bello, - dice, e s'incammina lungo il vialetto.
Sta squillando il telefono in corridoio. Adesso squilla
di rado. Sono in salotto, a guardare la tele. Alice  in cucina.
Tocca a lei cucinare.
Il telefono  pi vicino alla cucina che al salotto.
Potrebbe essere semplicemente un'indagine di mercato,
ma potrebbe essere anche qualcuno dal mio vecchio posto
di lavoro.
Potrebbe essere il mio capo.
Rispondo al terzo squillo.
- Ciao, William.
Sono i miei.
- Ti abbiamo messo in viva-voce.
- Ciao, - dico, parlando pi piano che posso, premendomi
la cornetta sulla bocca.
Alice appare sulla soglia, con in mano un cucchiaio di
legno. Mi guarda per un secondo, poi torna in cucina.
- Come vanno le cose? - chiede mia madre.
- Tutto bene.
- Come va il lavoro? - dice mio padre.
- Non c' male.
Non gli ho detto che ho mollato il lavoro o di Alice.
Se gli dico del lavoro, sar una delusione; immaturo e
irresponsabile, ancora un bambino.
Se gli dico di Alice, chiederanno di lei ogni volta che chiameranno.
Vorranno conoscerla. E se Alice se ne va - se la
faccio scappare via - sar come con tutte le altre ragazze di
cui gli ho accennato; quelle che ho fatto scappare via, quelle
che dopo mesi ho dovuto fingere di vedere ancora.
Cos rispondo alle loro domande a monosillabi, senza
dire granch, solo che sono stanco, che al lavoro in questo
periodo sono molto esigenti e che ho davvero poco da
raccontare. Tengo la voce bassa, sperando che non si senta
fino in cucina.
Quando riattacco, Alice riappare sulla soglia.
- Chi era? - dice.
- Il mio amico, Will, - dico.
- Due Will, eh? - dice. - Pensavo che non avessi amici.
Abbiamo avuto un quasi-litigio l'altra sera, sul fatto che
non usciamo mai, non facciamo niente e non vediamo nessuno.
Le ho detto che per come funziona il mio lavoro,
non vedo praticamente mai nessuno. Le ho detto che ho
perso di vista tutti i miei vecchi amici. Ho detto che sarei
stato felicissimo di fare qualcosa con i suoi amici; invitarli
a cena, magari. Lei ha detto che i suoi colleghi all'ottico
sono dei coglioni.
-  stato all'estero per un po', - dico.
- Cosa fa?
-  un artista.
Will  ancora all'estero. Torna alla fine di questa settimana
(non ho ancora annaffiato le sue piante). Mi immagino
il loro incontro. Will che spinge sul fascino. Alice che lo
trova antipatico. Il ritorno a casa in autobus, dopo. Il tuo
amico  un viscido stronzo, non trovi? Li far conoscere.
Dopo aver conosciuto Will, penso, Alice potrebbe
amarmi ancora di pi.
La casa di Will sa di sigarette e dopobarba. Annaffio le
piante con una tazza di Ghostbusters 2 scheggiata e macchiata
di t. Le uniche piante che trovo al piano di sotto sono
un ficus appassito nel soggiorno e una cosa alta e sottile che
sembra gi morta in cucina. Ha delle lucine colorate attorcigliate
sui rami. Verso dell'altra acqua nel vaso, immaginando
Will che rimane fulminato quando le accender.
In salotto sono appesi dei quadri di uccelli.
In corridoio c' una serie di nudi femminili.
Guardo da vicino la faccia di uno dei nudi, le grezze linee
nere delle guance e del collo, le rozze spirali e i puntini
degli occhi. Anche ridotta a qualche colpo di pennello,
ha l'aria familiare; probabilmente  una delle centinaia di
ragazze che Will mi ha presentato in passato. Credo di fare
ancora fatica a considerarlo un artista, mi ricordo quando
ci sbronzavamo con il sidro da quattro soldi nel parcheggio
dietro casa sua, a sedici anni. Allora Will voleva
fare il cantante. Voleva essere Nick Cave. Aveva un ridicolo
taglio scarruffato, e non faceva che ripetere che, se
avesse messo su una band, avrebbe nuotato in un mare
di fica. Poi aveva finito l'universit, era partito per Glasgow
ed era tornato artista.
Vado di sopra. Non sono mai stato di sopra in questa
casa prima d'ora.
Niente piante in camera. Solo un letto, un cassettone,
uno specchio a figura intera e vestiti sparsi su tutto il pavimento.
Un copriletto tigrato. Sul comodino accanto al
letto, un posacenere pieno, una bottiglia di vino vuota e
una copia stropicciata di Mr Nice di Howard Marks.
Niente piante nemmeno in bagno.
Vado nell'ultima stanza. Lo studio di Will. Alle pareti
sono appoggiati pezzetti di legno e tele. Il pavimento  coperto
da un vecchio lenzuolo macchiato di colori e attaccato
con lo scotch alla moquette. In mezzo alla stanza c'
un cavalletto vuoto. Vicino alla finestra una scrivania con
un computer portatile e uno stereo da poco.
Mi siedo.
Accendo il computer di Will.
Ha una fotografia di Anna Karina sul desktop.
Vado su My Computer.
Clicco due volte.
Apro Documenti.
Apro Foto.
Non so cosa mi aspetto di trovare.
La finestra si riempie di files. Non hanno nomi, solo
date. Apro il primo: 09/01/07.
Una foto di Will, in piedi davanti allo specchio a figura
intera nella sua camera. Ha in mano una videocamera
digitale. La camicia  un po' aperta, e si vedono alcuni ciuffi
di peli arruffati sul petto. Guarda nel mirino, con la testa
inclinata e un sopracciglio alzato.
Clicco Successiva.
Di nuovo Will, ora con la camicia completamente aperta.
La mano che non regge la videocamera  appoggiata sul
fianco, in posa. La bocca  storpiata in un ringhio, che scopre
i denti gialli traballanti. Sembra che tra una foto e l'altra
si sia lisciato i capelli all'indietro.
Successiva.
Will, a torso nudo, steso sul letto. Ha la patta aperta,
la cintura slacciata, una striscia di peli neri e ricci sulla pancia
gonfia di birra. Ha le gambe spalancate e si accarezza
il petto con la mano libera come se fosse in un video di
Prince o qualcosa del genere. Sembra che si sia unto il torace.
Guardo la foto pi da vicino e scopro una bottiglia
di olio per bambini buttata sul copriletto tigrato alle sue
spalle. Ha la bocca aperta, la lingua che spunta in modo
seducente.
Cristo.
Spengo il computer e mi alzo, come se Will potesse entrare
in camera da un momento all'altro.
Mentre esco, lascio un biglietto sul tavolo di cucina:
Will,
Piante annaffiate. Facci uno squillo quando torni. Ad Alice
farebbe molto piacere conoscerti.
Will.
Il bagno  spoglio. Di un bianco freddissimo. Niente in
questo bagno - assolutamente immacolato - d l'impressione
che un uomo lo usi, che l'abbia usato almeno una
volta. Non c' un asciugamano, per esempio.
Ma allora come fa ad asciugarsi?
Helen immagina che esca dalla doccia e che rimanga li
in piedi. Oppure non si asciuga per niente e si infila i vestiti
ancora bagnato. Questo porta Helen a immaginarsi il
suo corpo nudo. Esile e pallido. Tutto costole e pelle d'oca.
Un lungo cazzo sottile con peli ispidi e neri.
Non c' uno specchio.
Si tira su la gonna e si siede. I suoi occhi vagano per la
stanza.
Non ci sono spazzolino o dentifricio sul lavandino, solo
i resti di una falena, con le ali appiccicate alla porcellana.
Se avesse avuto dei brutti denti, Helen se ne sarebbe
accorta. Con cosa se li lava, allora? Col dito?
Non c' sapone.
A Helen non sembra di ricordare che puzzi o che emani
qualche odore. Si rimbocca una manica e se l'annusa;
limone, nuvole e ammorbidente. Questa  una delle sue
brutte abitudini. Annusa le maniche fin dalla scuola elementare.
Helen decide di fumarsi una sigaretta. Ne ha bisogno
se deve affrontare un'altra mezz'ora di quella visione. Tira
fuori il pacchetto dalla borsa e ne accende una, buttando
la prima cenere nel lavandino con dei colpetti. Che fine
ha fatto la storia che il tizio voleva sentirsi raccontare?
Darren e il casin e il taxi. Fino a ora ha a malapena aperto
bocca. Le spirali e l'odore della sigaretta aleggiano per
il bagno come un gatto di fumo, che si strofina contro i tubi
e le piastrelle. Le fa le fusa gi per la gola.
Questa frugalit, questa nudit, o come vogliate chiamarla,
non si limita al bagno. Tutta la casa  cos (o almeno
quello che Helen ha potuto vedere). Per arrivare al bagno
bisogna camminare lungo un corridoio molto spoglio
e su per una scala molto spoglia. I tappeti sono spariti. Sui
davanzali delle finestre non c' nulla se non spessi strati
di polvere grigia e un paio di mosche morte. I pochi mobili
sono macchiati e rovinati e fuori moda, come se venissero
da una discarica. Ci sono lattine vuote e contenitori
di cibo dovunque, ma non fanno testo.
Helen pensa di aver sentito qualcosa; un passo lieve su
un'asse di legno del pavimento. Cos apre il rubinetto e
spegne la sigaretta sotto l'acqua. Con l'altra mano scaccia
via il gatto di fumo. Si chiede se William o Will o chiunque
egli sia stia con l'orecchio attaccato alla porta, per
ascoltare il getto cristallino della sua pip.
E l da almeno mezz'ora e lui ancora non ha detto granch.
Pi che altro  rimasto a guardarla.
Dopo che era entrata, e dopo che si era seduta in poltrona,
per prima cosa lui le aveva chiesto se le andava una
tazza di t.
- S, - aveva detto lei. - Una tazza di t andrebbe benissimo.
William era sparito in cucina.
E dopo che era uscito dalla stanza, Helen si era accorta
di una cosa. Si era accorta di sentire pi la sua presenza
quando era fuori dalla stanza di quando invece c'era. Era
come se, uscendo, si fosse seduto con lei sul divano.
Helen aveva rovistato nella borsa in cerca di sigarette
e accendino. Nella casa non c'erano posaceneri in vista n
odore di sigaretta, ma era sicura che lui non ci avrebbe fatto
caso. Gli uomini di solito non ci facevano caso. Aveva
intenzione di buttare la cenere nel palmo della mano, come
aveva visto fare in un vecchio film. Quando ormai aveva
la sigaretta tra le labbra e l'accendino acceso a un centimetro
di distanza, William aveva finito di preparare il
t. Stava tornando in soggiorno.
Helen aveva acceso la sigaretta.
William aveva aperto la porta.
Lei aveva inspirato.
Lui era entrato nella stanza.
Lei aveva espirato.
La sensazione della sua presenza si era allontanata di
un posto sul divano.
- Non fumare, - aveva detto lui.
Le aveva posato davanti una tazza di t, sul vecchio tavolino
traballante pieno di macchie, e si era seduto. Si era
seduto proprio nel posto dove si era spostata la sensazione
della sua presenza.
Helen aveva lasciato accesa la sigaretta ancora qualche
secondo, cercando un posto dove poterla spegnere. Le sarebbe
piaciuto dare un altro tiro ma non aveva osato.
- Mettila qui, - aveva detto William, allungandole una
tazza vuota.
Helen aveva spento la sigaretta. Aveva bevuto un sorso
di t. Non era abbastanza dolce. A lei piaceva quand'era
cos dolce che si sentiva solo lo zucchero. William non
aveva toccato il suo.
Poi erano rimasti seduti per un'eternit, in silenzio. Helen
sorbiva il t - piano, piano, piano - sollevandolo e sorseggiandolo
anche quand'era ormai diventato freddo, perch
una volta finito ci sarebbe stato il nulla. E la storia?
E Darren e il casin?
Lui l'aveva guardata abbastanza da vicino da farla sentire
la protagonista di un filmato scientifico su una persona
che beve una tazza di t. E adesso lei  assolutamente certa
che la stia ascoltando pisciare dietro la porta del bagno.
E quando si alza per tirare lo sciacquone che Helen lo
vede. Un pelo pubico incastrato nel bordo interno del water.
Non  uno dei suoi. E lungo nero storto.
Si piega. La fa sentire meglio. Il pelo. Il pezzettino di
lui. Ha l'aria triste.
Gli sorride. Il pelo non risponde al sorriso. Da una delle
sue estremit pende una goccia d'acqua lattiginosa.
Helen si raddrizza. Si lava le mani (senza sapone), poi
se le asciuga sulla gonna. Quando apre la porta,  pronta
a dire Ciao o qualcosa del genere nel caso lui sia sulla
soglia.
Invece non trova nulla, solo il corridoio vuoto.
Helen entra da Barnardo's. L'uomo che un giorno diventer
suo marito, spera, non  al lavoro. Alla cassa ci sono
due donne, che ascoltano la radio e scrivono a penna i
prezzi sui libri.
Si aggira per gli scaffali di soprammobili, in cerca di
qualcosa. Sapr di cosa si tratta quando la vedr. Non 
una teiera o la statuina in vetro di una ballerina o un set
di tovagliette Yorkshire Dales. Helen guarda con attenzione
gli oggetti, assicurandosi che la cosa che sta cercando
non sia nascosta dietro o dentro qualcos'altro.
Corrine dovrebbe essere a casa, adesso. Questa  una
delle due sere libere di Corrine. Helen vuole andare a casa
e trovare Corrine seduta sul divano sotto un grande piumone
arancione, e vuole che Corrine la guardi quando entra
in casa e dica Vieni qua e inviti Helen a raggiungerla
sotto il piumone.
Ci sar un film sdolcinato - qualcosa come Grease o Anna
e il Re - e scherzeranno sui fianchi di John Travolta o
sulla testa di Yul Brinner e si terranno per mano sotto il
piumone.
Corrine non approva quello che fa Helen. Non lo ha
mai detto chiaramente; Helen non  nemmeno sicura al
cento per cento che lei sappia cosa fa. Ma a volte ne ha come
l'impressione.
Corrine  fredda e dura. Corrine  come un vaso per
biscotti in porcellana da settanta pence.
Quando Helen ha risposto all'annuncio - Cercasi
coinquilina per ragazza tranquilla, ventisei anni, fumatrice.
Camera singola. Duecento sterline alla settimana. Spese
incluse - Corrine l'aveva fatta sedere sul divano e le
aveva rivolto una serie di domande fredde e dure come un
vaso per biscotti.
Cosa fai?
(Sono un'attrice).
E lavori stabilmente?
(Fino ad ora s).
Sei pulita e ordinata?
Helen si era aspettata una battuta.
Niente battuta.
Nonostante tutto, Corrine  la migliore amica di Helen
perch - salvo Duncan e sua madre - Corrine  l'unica
persona che non la chiama Clair.
Corrine  a casa quando Helen rientra.  sul divano a
guardare la Tv. Niente piumone, per. Niente film sdolcinati.
Corrine sta guardando un canale musicale intanto
legge una rivista e beve una tazza di t.
- Com' andata la giornata? - chiede Corrine.
Helen si siede sul divano. Guarda le gambe nude e piene
di macchie di Corrine e poi la TV. La voce di Corrine
sembra una lima per unghie, che leviga ogni durezza ed eccesso.
Helen ripensa alla sua giornata.
Pensa a Will o William, a quella casa spoglia. A come
non ci fosse nemmeno un odore di qualche genere. Pensa
al pelo pubico incastrato nel water. Pensa a quando si  seduta
sul divano e le  stato chiesto di raccontare la storia.
L'ha raccontata bene, ha pensato. La voce le tremava un
po', ma  servito a fare effetto. Verso la fine, aveva gli occhi
chiusi e forse lui sorrideva.
Le aveva chiesto se portava lenti a contatto per avere gli
occhi azzurri, e Helen era indietreggiata, sentendosi esposta,
in quel momento, neanche fosse stata stesa con le gambe
dietro le spalle e una videocamera puntata sulla fica.
S, aveva detto, e lui le aveva chiesto di toglierle. Bene,
aveva detto, guardando i suoi veri occhi, gli altri suoi
occhi, gli occhi di Clair, smorti ciottoli marrone scuro.
-  andata bene, - dice a Corrine, e Corrine annuisce
e beve un sorso di t.
- Nel forno c' mezza pizza avanzata, - dice Corrine.
- Grazie, - dice Helen, con la sensazione che non sar
pi in grado di mangiare niente per il resto della sua vita.
In camera sua, Helen  in piedi di fronte alla foto di
Ethan Hawke. Lui ha lo sguardo obliquo, la evita. Per catturare
il suo sguardo, Helen dovrebbe andare nell'angolo
della stanza vicino alla finestra e da laggi non sarebbe pi
in grado di vederlo.
- Guardami, - dice nella sua testa. - Guardami negli
occhi, Ethan.
Questa  una scena nuova del film, una scena che non
si vede mai, goffa e inutile. Non fa progredire la trama.
Dura circa cinque minuti - una scena inutile dove non succede
niente - poi Helen si siede alla scrivania e accende il
computer. Controlla le e-mail.
Niente.
Va sul sito dove la gente della sua vecchia scuola posta
informazioni su di s.
C' scritto che Angela Lawrence sta comprando casa
col fidanzato. Non dice chi sia il fidanzato di Angela Lawrence.
Helen cerca di ricordare Angela Lawrence. Apre il
profilo. Non ci sono foto di questo iscritto. Lo schermo
insiste perch Helen si metta in contatto. Suggerisce
alcuni modi per rompere il ghiaccio.
Angela Lawrence, Angela Lawrence. Alla fine Helen si
ricorda di una ragazza in prima fila a matematica, coi capelli
neri e flosci e una faccia tonda, la carnagione rossastra.
Esce dal sito.
Entra nel sito per adulti e controlla la casella dei messaggi.
Ci sono due nuove risposte al suo profilo:
[Postato da Sexwand-52@20,19] Sei una troia. Ti piace prenderlo nel
culo. Sei una puttanella col culo eccitato. Cuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu
uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu
uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu
uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuulo
e
[Postato da WR@21,05] Sono contento del nostro incontro di oggi. Se
torni marted prossimo, ti do 500 sterline in contanti per fare sesso con
te e filmare tutto. Non metterti le lenti a contatto. Tagliati i capelli appena
sopra le spalle e tingili di nero. Ti pagher solo se fai queste cose.
Helen clicca Rispondi.
Helen prende un appuntamento per telefono; alle quattro
con Laura. Ha deciso di provare un posto nuovo. Fino a
quell'ora gira per la citt guardando le vetrine e fumando sigarette
e sfiorando cellulari in un negozio Orange.  luned.
Se decide di tornarci sar per domani. Ha comunque bisogno
di tagliarsi i capelli. Deve essere alla moda. Se li sarebbe
tagliati in ogni caso. In mano ha un sacchetto del supermercato
Sainsbury con dentro un kit per tingersi i capelli.
Boots ha una scelta pi ampia, ma Helen non  pi tornata
da Boots da quando se n' andata. Se ci tornasse, troverebbe
Sandra Jones seduta alla cassa vicino alla porta.
Sandra Jones le lancerebbe un'occhiata; ruoterebbe gli occhi
e farebbe finta di non riconoscerla. Farebbe uh con la
bocca, poi guarderebbe altrove.
Anche Superdrug ha una scelta pi ampia, ma circa sei
mesi fa Helen  tornata a casa con un uomo conosciuto in
un nightclub che si vantava di lavorare li come guardia di
sicurezza. Da allora non  pi passata nemmeno nella strada
dove c' Superdrugs, perch a quanto pare le guardie
di sicurezza stanno sempre all'ingresso.
Helen deve andarsene da questa citt, in un posto vasto
e anonimo. Le piacerebbe vivere in una foresta pluviale
o nel cielo.
L'orologio in Market Square suona il quarto d'ora.
Dal parrucchiere, Helen viene fatta accomodare accanto
alla finestra e le chiedono se le va del t o del caff o altro
(T per favore, cinque zollette). Laura arriver tra
un secondo. Si guarda allo specchio, i capelli lavati che
pendono grondanti e spettinati.
Cosa ne pensa di William o Will o chiunque egli sia?
Sembrava triste. Sembrava come lei, come se fosse intrappolato
in quella casa, perch ogni volta che usciva c'era qualcuno
che conosceva, qualcuno che non voleva vedere.
Le piace un pochino? Pu piacere un pervertito? E cos
che Helen li chiama; gli uomini coi pantaloni cascanti e
le macchie sul maglione che la invitano a casa e le fanno
fare delle cose. I Pervertiti. Sono come zii imbarazzanti e
ostracizzati che nessuno vuole avere in casa a Natale. Spediscono
buoni regalo con biglietti di auguri qualunque e
se ne stanno a casa con un pranzo al microonde.
Quando Laura arriva per tagliarle i capelli - dice Salve
e Allora, come li vuole? e comincia a sollevarle una
ciocca - ci va un momento prima che Helen capisca. Si
sente come se stesse guardando se stessa o qualcosa del genere.
Poi si rende conto.
 Laura Castle.
Quella di scuola.
Il pasticcio che Helen ha mangiato diventa una palla di
neve nel suo stomaco.
- Beh? - dice Laura Castle, guardando Helen negli occhi,
allo specchio.
- Come sono adesso, - dice Helen con voce piccola,
strana, - ma lunghi la met. Appena sopra le spalle.
Niente chiacchiere. L'assistente fa ritorno con la tazza
di t per Helen e l'appoggia su un tavolino a lato. Helen
non lo tocca.
 troppo concentrata sul pensiero che potrebbe sentirsi
male.
Conta fino a dieci. Conta fino a cento. Conta fino a un
milione. Striscia in un letto sfatto e macchiato di ketchup
con Ethan Hawke e William o Will e il piccolo uomo con
la barba delle ultime riprese. Viene punzecchiata e pungolata
con videocamere da poco e scarpe coi tacchi alti.
Helen non si sente pi Helen.
 Clair.
 sicura che se si toglie il camice nero, scoprir di avere
addosso la vecchia uniforme della scuola.
Una ciocca di capelli bagnati le atterra in grembo.
Vomiter davanti a Laura Castle e dovr guardarsi allospecchio mentre lo fa.
Chiede scusa. Dice qualcosa di vago, dando l'idea di
aver avuto una nottataccia, e Laura Castle deve smettere
di tagliarle i capelli e indirizzarla verso il bagno sul retro.
Un piccolo specchio tondo pende da un gancio sulla
porta del bagno. Clair ci guarda dentro. I suoi capelli sono
corti da un lato e ancora lunghi dall'altro. Sembra una
brutta barzelletta. Il senso di malessere se n' andato,
adesso, ma lei si siede sul coperchio del water con la testa
tra le mani. Laura Castle e Jodie Salmon e tutte quelle
stronzette arroganti e boriose alla King's High non erano
mai l'oggetto dei pettegolezzi negli spogliatoi dopo
educazione fisica. La maggior parte delle voci non era
neanche vera.
Chiude gli occhi e sente qualcosa di calmo e tiepido toccarle
la guancia. Apre gli occhi. E la sorella. La sorella parla
con un linguaggio di segni che Clair riesce in qualche
modo a capire.
La sorella dice a Clair di non preoccuparsi. Lei  un'attrice.
Laura Castle  solo una stupida parrucchiera e, se questa
 una gara, se  cos che lei la vuole vedere - ovviamente
non dovrebbe, ma Cristo, a volte sembra proprio esserlo- allora Helen, che non  pi Clair, ha vinto. Helen 
un'attrice e sar una grande attrice, la migliore.
Helen dice Grazie alla sorella col linguaggio dei segni.
La sorella dice a gesti Non preoccuparti e poi Laura
Castle  una cazzona.
Helen scoppia a ridere.
Tira lo sciacquone. Torna alla poltroncina e si siede,
sentendosi gelida e impenetrabile.
Laura Castle finisce il taglio con sforbiciate secche e
dure, senza dire nulla. Poi tira fuori il phon, e Helen espira
e si guarda.
 finita.
Deglutisce lentamente, fa un cenno alla sua versione
nello specchio e ringrazia la parrucchiera. Va alla cassa per
pagare. Tira fuori tre banconote e controlla se ha cinquanta
pence. Quando si accorge di non averli, allunga un biglietto
da cinque in pi. Mentre attende il resto i suoi occhi
finiscono a guardare il pavimento. Una sottile sensazione
- qualcosa grande circa come una moneta - si gonfia
e le esplode dentro. Il pavimento  ricoperto da migliaia e
migliaia di piccoli peli neri, ognuno dei quali potrebbe essere
il pelo pubico di uno strano uomo in una strana casa
vuota da qualche parte.
Mi sto tingendo i capelli di nero, Helen dice a se stessa.
Mi sto tingendo i capelli di nero perch ho bisogno di
un cambiamento. Mi sto tingendo i capelli di nero per assomigliare
all'inverno.
 seduta su una sedia in cucina, avvolta in un asciugamano,
mangia una fetta fredda della pizza che era in frigo,
con un sacchetto di plastica in testa.
Potrei andare in vacanza.
Potrei investire i miei soldi per comprare una macchina
e guidare nella foresta pluviale.
Potrei viverci e mangiare piccoli fiori e bere dagli stagni.
Corrine  di nuovo al casin.
Corrine non ha mai fatto una domanda a Helen. Non
sul serio. Quando Corrine chiede Come stai? o Com'
andata la giornata? non sono vere domande.  solo un
suono; una specie di protezione contro il silenzio e l'imbarazzo.
Una dichiarazione: Non ho intenzione di sentirmi
in imbarazzo con te. Tu mi fai sentire in imbarazzo
e a disagio. Vaffanculo.
Al mattino Helen non ha ancora deciso nulla. Quando
sale sull'autobus  solo perch il caso vuole che sia diretto
verso la casa del tizio. Inoltre ha bisogno dei soldi. L'affitto
scade il luned seguente.
Si  tolta le lenti a contatto.
Appoggia la fronte al finestrino e sente la vibrazione delle
ruote nelle guance e l'odore pungente di vecchia plastica
bruciata nel naso. Si immagina seduta sul divano del tizio,
in soggiorno, senza fumare mentre lui sta in silenzio, a guardarla.
Le fa raccontare di nuovo la storia di Darren. Si avvicina
e le mette la mano fredda e vuota sulla guancia e le
sussurra all'orecchio qualcosa di fellissimo e inaspettato.
Mentre guarda fuori dal finestrino dell'autobus senza
vedere niente di niente di niente passare e passare e passare,
non immagina che le possa accadere niente di pericoloso.
Helen porta scarpe nere col tacco, collant neri, gonna
nera, maglietta e giacca nere. Si  inumidita le labbra con
la lingua e ha premuto il campanello, poi la porta si spalanca
e lui  in piedi nel buio dell'atrio, sembra pi vecchio
della settimana prima, molto pi vecchio che non di
soli sette giorni. La pelle  grigia, gli occhi infossati, le
guance scavate. Ma forse  solo perch  in ombra e se fa
un passo fuori sul vialetto sembrer pulito e giovane come
lei l'ha pensato da quel primo pomeriggio.
- Entra, - dice.
Lei gli passa davanti nell'atrio e lui chiude la porta. Lei
si aspettava qualcos'altro, non sa cosa. Qualcosa di pi.
Qualcosa di pi gentile?  molto freddo, l dentro. Freddo
e senza personalit, come monete in una cassa.
- Per di qua, - dice lui.
Lo segue su per le scale e in camera da letto. Lui cammina
in modo strano, leggermente piegato in avanti. Porta
jeans e una maglietta. I capelli sulla nuca sono ricci. Helen
immagina di togliergli tutti i vestiti e di farlo stendere
fuori su un patio sotto il sole cocente e di lasciarlo rosolare.
Ha la pelle molto bianca. Sfrigolerebbe come pancetta.
Come le altre stanze, la camera da letto  spoglia. C'
solo un letto. Lenzuola e federe sembrano nuove, ancora
segnate dalle pieghe nette della confezione. Appoggiata
sopra c' una videocamera economica. Ci sono anche alcuni
vestiti, piegati e impilati con cura.
- Bene, - dice lei, sorridendo imbarazzata e guardandolo,
senza sapere cos'altro dire.
- Mettiti questi, - dice lui, porgendole il mucchio di
vestiti. - Vestiti in bagno.
Helen prende il mucchio di vestiti. Va in bagno. Si
chiude a chiave, si sente stupida ma lo fa comunque. Si toglie
i vestiti, li piega e li mette sopra il water.
I vestiti che le ha dato non sono cose che Helen normalmente
indosserebbe; un paio di blu jeans, un gilet nero,
un cardigan. Ci sono anche un paio di mutandine nere
e un paio di calzini grigi e un reggiseno. Helen all'inizio
si sente strana, mentre li indossa, ma i vestiti non le
sembrano strani. Sono esattamente della sua taglia. Sembrano
vestiti suoi, ma arrivati dal futuro.
Vorrebbe che l dentro ci fosse uno specchio. Vorrebbe
darsi un'ultima occhiata prima di tornare in camera da letto.
Non  ancora nervosa. Immagina che aspetto deve avere;
i capelli neri, gli occhi di Clair, i vestiti di qualcun altro.
Helen  un'attrice. Finge una leggera paura, fa battere
il cuore un po' pi veloce, rallenta il respiro. Apre la porta
e torna in camera da letto.
William o Will  seduto sul letto. Alza gli occhi. Qualcosa
nella sua espressione cambia, come se gli fosse caduta
in faccia una goccia di succo di limone.
- Okay, - dice. - Bene.
- Cosa vuoi che faccia? - chiede lei.
Lui si alza dal letto, si toglie la maglietta, si slaccia la
cintura e si leva i jeans. Il cazzo gli sbuca fuori dai pantaloni.
Sembra molto duro e rosso. A Helen sembra di sentire
un ronzio. Forse proviene dalla videocamera che adesso
lui ha in mano e che le sta puntando addosso. Sente il
bip. Vede la lucina rossa che si accende.
- Togliti i vestiti, - dice lui.
Le gira intorno, si ferma dietro di lei, in modo che lei
possa vederlo nello specchio del cassettone. La riprende
da dietro mentre comincia a sbottonarsi il cardigan, a slacciarsi
il reggiseno, a strisciare fuori dai jeans.
Nello specchio, Helen fissa lo stupito occhio di vetro
dell'obiettivo.
Dentro sta rabbrividendo.
Si toglie le mutande, poi sente la sua mano fredda sulla
spalla. Si gira per guardarlo.
Helen e Clair si sentono molto belle.
Con la presente conferisco al portatore di questo scontrino il
permesso di farmi il cazzo che gli pare...
 Will che adesso ha il biglietto. Dev'essere cos. L'ho
cercato dappertutto.  sparito. L'ha preso lui. Forse Alice
gliel'ha passato di nascosto sotto il tavolo. Immagino
noi stessi mentre ce ne andiamo a piedi lungo la strada;
Will che ci saluta con la mano, appoggiato a un lampione.
Dopo che abbiamo girato l'angolo, lui tira fuori il quadratino
di carta dalla tasca e lo apre.
Lo legge.
Si lecca le labbra.
Lo legge una seconda volta.
...e prometto che non sar un problema. In effetti, credo
che mi piacer un sacco.
La bocca si arriccia in un osceno sogghigno da mangia-
pappagallini.
Ho ancora la copia delle sue chiavi.
 difficile dire se Will sia in casa. Le tende sono tirate.
Busso alla porta e attendo.
Busso ancora.
Niente.
Infilo la chiave nella serratura e la giro lentamente. La
porta si apre con uno scatto. Infilo la testa nell'atrio. Odore
di sigaretta rollata e dopobarba. Buio. Silenzio. Entro
e mi chiudo piano la porta alle spalle, calpestando un mucchio
di bollette e circolari, lasciandoci sopra impronte bagnate.
Chi se ne frega.
Comincio dal soggiorno, frugando nei cassetti e nei
mucchi di fogli e di cose sul tavolino. Un ritaglio dall'inserto
di un giornale. Un nuovo artista ha spiccato il volo
recita la didascalia. Un articolo elogiativo. Una foto
della mostra e un'altra di Will, che guarda malizioso l'obiettivo,
a braccia incrociate. Bollette del gas chiuse e bollette
del telefono con liste della spesa scritte sul retro (pane,
margarina, lampadine, preservativi?) Ma niente biglietto.
In camera da letto cerco di ricordarmi di che colore fossero
i jeans che indossava la sera in cui ci siamo visti. Frugo
nelle tasche dei pantaloni sparpagliati per terra e penzolanti
dai bordi del letto. Solo scontrini, batuffoli di pelucchi,
monete e circa otto banconote da dieci. Me ne
intasco tre.
Sotto il letto, una vecchia valigia di cuoio, marrone e consumata.
La tiro fuori. Un lucchetto a combinazione. Faccio
scorrere i numeri, a caso. Clic, clic, clic. Mi immagino il biglietto
l dentro, mentre giace innocente accanto a una confezione
di olio per neonati, una frusta e un enorme dildo viola.
Provo altre combinazioni. Clic, clic, clic.
Immagino Alice, stesa sul copriletto tigrato, che si leva
le mutandine, le gambe per aria. Will scatta fotografie.
Lampi di flash. Alice. Il biglietto. Will le fa quel cazzo
che gli pare e a Alice va bene, probabilmente le piace
un sacco.
Sento il rumore di una chiave nella serratura a pianoterra,
il cuore mi balza in gola. La porta d'ingresso si apre
e si chiude con in botto. Spingo la valigia sotto il letto,
mi alzo e mi guardo freneticamente intorno. Se questo fosse
un film ci sarebbe un grande guardaroba vuoto in cui
nascondersi. Ma Will usa soltanto il cassettone e il pavimento.
- Ehi? - la voce di Will.
Se sale le scale, mi nasconder dietro la porta. Prender
quella radiosveglia accanto al comodino e gliela spaccher
in testa.
Percorre il corridoio e accende la luce.
Potrei scoppiare in lacrime. Confessare. Dirgli del biglietto
e di come ultimamente tutto stia andando male tra
me e Alice, e di come (Cos stupido da parte mia, davvero...
ridicolo...) abbia sospettato che ci fosse qualcosa
tra di loro.
Mette il bollitore sul fuoco. Sento altri passi, la tele che
si accende, Will che fischietta tra s e s.
Poi un passo sulle scale.
Trattengo il respiro.
Sta venendo da questa parte.
Oh, Cristo.
Sta salendo.
Mi sposto dietro la porta e cerco di prendere in mano
la radiosveglia, ma  attaccata alla presa nel muro. Il filo
si tende.
Ora  sul pianerottolo. Una porta si apre, si chiude con
uno scatto. Il bagno. Grazie al cielo. E in bagno. Sento il
tintinnio della cintura, la lampo della patta e il pesante
pshhh maschile della pisciata.
Cammino piano lungo il pianerottolo e gi per le scale.
Parte lo sciacquone.
L'ultimo pezzo lo faccio di corsa, armeggiando col chiavistello
della porta d'ingresso, riuscendo finalmente ad
aprirla, chiudendomela piano alle spalle. Respiro a fondo
l'aria umida. Sulle guance mi piovono gocce d'acqua, sembrano
pezzi di vetro caldo.
Sono a met del vialetto.
Mi giro.
Busso alla porta.
Will apre, mentre si sta allacciando la cintura. Mi guarda
a occhi stretti. Ha l'aria di chi si aspettava qualcun altro.
- Dimmi, - dice. C' qualcosa di ambiguo nel modo in
cui lo dice, qualcosa di sospettoso.
- Ho ancora la copia delle tue chiavi, - dico, e gliele
porgo.
- Fantastico, - dice. - Vuoi entrare a bere qualcosa? -
Non mi guarda negli occhi. Guarda per terra.
- No, grazie, - dico. - Senti, Will. Non  che hai trovato
qualcosa la scorsa settimana, quando siamo usciti a
cena, vero?
- Che vuoi dire? - dice. Si mette una mano in tasca.
La sinistra. Sposta il peso da un piede all'altro. Mi guarda
in modo buffo. Scommetto che ce l'ha in tasca.
-  ch quando ho svuotato il portafoglio al ristorante,
credo di aver perso qualcosa.
- Che cosa? - dice. - Tipo una carta pre-pagata?
- S. Qualcosa del genere.
- Nah, non ho trovato niente.
- Bene. Non importa.
- Ehi, - grida, mentre sto uscendo in strada. - Vieni a
cena, prima o poi, OK?
Faccio finta di non aver sentito.
Torniamo a casa un po' ubriachi e scaldiamo degli
avanzi.
- Questa cosa non sta andando molto bene, vero? - dice
Alice.
La cosa a cui si riferisce siamo noi due.
- Cosa non va? - chiedo.
Lascia cadere la forchetta nel piatto, si alza e comincia
a buttare i resti nella pattumiera. Sento il sibilo di Cristo
santo sottovoce. Risciacqua il piatto. Si gira e mi guarda.
Si appoggia al ripiano. Indossa il maglione lungo e nero,
quello che le copre il collo e le penzola oltre le nocche.
- Cosa ne pensi? - dice.
- Non lo so, - dico.
(So esattamente di cosa sta parlando).
- Cristo, - dice ed esce dalla cucina come una furia.
Aspetto di sentire il rumore di cose lanciate negli scatoloni,
cose trascinate gi per le scale, cose fracassate contro
le pareti. Se se ne va, non posso pi permettermi di vivere
qui, non senza un lavoro. Se se ne va, non so che cosa
far. Sento la Tv che si accende in soggiorno e la sigla
finale di qualche programma. Vado di l. Lei  sul divano.
- Tazza di t? - chiedo.
- Una tazza di t non risolve niente, - dice. Si mette
le mani sopra la testa. - William, nel caso non te ne sia accorto,
siamo rimasti seduti in quel pub del cazzo per due
ore senza dirci praticamente nulla. Siamo diventati una di
quelle vecchie tristi coppie che si vedono in giro.  tremendo.
Voglio parlarti.
Alice ha pagato tutti i drink.
Non so che dire. Mi sento gelato. Mi sento come un
manichino. Fino a questo punto le cose sono andate pi
che bene, non so cosa fare. Non voglio parlarne. Voglio
fare finta che sia tutto a posto. Voglio in qualche modo
non essere pi qui; non essere la causa del problema. Voglio
che Alice continui felicemente a stare in casa senza di
me, fino a che non riesco ad andarmene. Se avessi soldi,
prenoterei una vacanza. Francia. La luna. Le darei spazio.
E poi, dopo un po', tornerei, e lei mi butterebbe le braccia
al collo e mi bacerebbe la testa e mi direbbe quanto le
sono mancato.
Oppure potrei trovarmi un lavoro.
(Non mi trover un lavoro).
Vado in cucina e riempio il bollitore. Aspetto che bolla.
Guardo fuori dalla finestra dove dovrebbe esserci il giardino
e vedo solo oscurit. Immagino Alice che mi guarda di
tanto in tanto, anche, e dove dovrei essere c' il nulla.
Riempio due tazze di t. Le porto di l. Ne metto una
accanto al suo piede. Aspetto che la tocchi. C' un programma
sul giardinaggio. Allunga la mano verso una caviglia
e io penso che la prender. Mi emoziono. Aspetto che
prenda la tazza. Se prende la tazza, penso, allora  ancora
innamorata di me e tutto andr bene. Ma lei si gratta
la gamba e si rimette le mani in grembo.
Sono passati due giorni, o tre, o quattro. Le serate sono
diventate fredde e piccole come biglie. Non parliamo.
Alice spegne la Tv a met di un programma. Guarda me
invece della Tv. Ha gli occhi umidi. Sta per piangere.
- Dobbiamo fare una chiacchierata, - dice. La voce 
bassa e calma.
Ho paura di quello che sta per succedere. Guardo la Tv
invece di guardare lei.
- Che cos' che fai tutto il giorno? - dice.
Ecco che arriva. La fine. Mi ha scoperto.
- Ho guardato nel tuo computer, - dice.
Voglio tirarmi la maglietta sulla testa. Voglio nascondermi
finch non avr finito.
- E non c'era nessuno di quei fogli di calcolo di cui vai
sempre blaterando, a quanto ho visto. Ho trovato solo un
sacco di roba porno salvata sul disco rigido.
Guardo il pavimento, la Tv, la mia mano, tutto tranne lei.
Guardo un pezzetto di biscotto Rich Tea sulla moquette.
- Bene. Allora adesso neanche mi parli,  cos?
- Non so cosa dire, - dico.
Si alza.
Si rimette a sedere.
Si tocca i capelli, se ne avvolge una ciocca intorno al
collo.
- Senti, non m'importa se vuoi passare la giornata a guardare
roba porno. Sono affari tuoi.  solo che... non so. Perch
non mi hai detto la verit? A volte mi sembra di non
conoscerti per niente. Mi spaventa. Sai cosa intendo?
Qui potrei arrabbiarmi. Potrei dire: Beh, perch non
hai voluto dirmi la verit sui tuoi genitori?
- Perch hai dovuto mentirmi? - dice lei. -  questo che
non capisco. Non mi sarei arrabbiata se avessi saputo che
non avevi un lavoro. Non  per quello che mi piacevi...
Piacevi, penso. Al passato.
Potrei dire: Sto cercando quel filmato che hai fatto.
Voglio trovarlo e distruggerlo. Ci penso tutto il giorno tutti
i giorni.
Potrei dire: Perch l'hai fatto? Perch l'hai girato? Ti
eccitava? Ti sei odiata, dopo? L'hai fatto perch ti odiavi?
Potrei dire: E che mi dici di Will? Cosa sta succedendo?
Vuoi scopartelo, vero?
Oppure: Perch mai stai con me? Non capisco. Non
faccio niente. Non parlo nemmeno. Dev'essere come vivere
con un fantasma.
Potrei dire: Ma mi ami ancora, almeno?
Ma non dico niente.
- E tu? - dice lei. - C' nulla che vuoi chiedermi?
Si alza di nuovo. Aspetta che io parli. Non parlo.
- Affanculo. Non possiamo andare avanti cos.  ridicolo.
Sono sicura che se parlassimo potremmo provare a
uscirne fuori, ma a quanto pare non riusciamo neanche pi
a fare quello.
 sulla soglia. Sta suonando il telefono. Non m'importa
se sono i miei genitori. Rispondi, Alice. Presentati. Spiegagli
che sei la mia ragazza (presto ex) e chiedigli come
stanno. Parla del tempo.
Lei tira su col naso. Si strofina il palmo della mano sulla
faccia. Voglio essere il suo palmo. Voglio strofinarle la
faccia e farla sentire meglio. Non riesco a muovermi. Lei
va in corridoio. Risponde al telefono.
- Pronto?
Pausa.
La sento ridere.
- Oh, ciao, - sta dicendo.
Ride di nuovo.
Non ci credo.
Riaccendo la tele.
C' solo una persona capace di farla ridere cos e so esattamente
cosa le sta dicendo. Non c' niente che possa fare
per fermarlo.
Pochi minuti dopo Alice riappare sulla soglia.
- Nel caso te lo stessi chiedendo, - dice, - era Will. Ci
ha invitato a casa sua per cena, venerd prossimo, e ho accettato.
Fantastico.
- Se vuoi vieni anche tu, - dice. - Ma io vado in ogni
caso.
Ho messo un po' della mia roba su eBay; circa cento
CD, due terzi dei miei libri, una lampada, la mia chitarra.
Ho un vecchio orologio, anche, che era di mio nonno.
Voglio mettere me stesso su eBay.
Voglio vendermi al miglior offerente.
Dar a Alice tutti i soldi che ricaver dalla vendita di
me stesso su eBay. Li metter in una busta con solo la scritta
scusa. La lascer sul tavolo di cucina, poi mi spedir
via posta.
Al momento non hai offerenti.
Oggi non ho combinato niente, non ho nemmeno acceso
il computer o aperto le tende.
Quando Alice rincasa dal lavoro, mi trova steso sul divano.
Ho bevuto vino rosso. Ho i denti grigi. Si china e
mi bacia leggera sulla fronte. I suoi capelli mi accarezzano
la faccia.
- Buon compleanno, - dice.
Mi metto a sedere.
- Grazie, - dico.
Si inginocchia di fronte a me. Mi mette le mani sulle
ginocchia.
Mi accarezza una coscia.
Ha gli occhi tristi.
Voglio dirle Mi dispiace.
Voglio dirle delle cose che ho messo su eBay.
Non sembra il momento giusto.
La mano si sposta sull'inguine. Mi massaggia l'inguine.
Mi slaccia la cintura. Mi apre i jeans. Non riesco a guardarla
negli occhi. Le guardo la testa, invece, mentre si abbassa
verso il mio ventre. Metto una mano sulla sua testa.
Non so cosa fare con la mano e cos la lascio semplicemente
appoggiata sulla sua testa. D uno strattone ai miei
jeans. Mi sollevo dal divano, cos pu abbassarmi i jeans e
i boxer fino alle ginocchia. Il mio pene  flaccido. Sembra
molto piccolo. Lo guardiamo tutti e due.  da una settimana,
forse due, che non ho un'erezione. Da quando ho
perso il biglietto.
Mi prende in bocca il pene.
Immagino di guardare questa scena al computer, immagino
che sia una clip di anteprima gratuita scaricata da
qualche sito amatoriale di ex fidanzate.
Non sento niente.
Si toglie il mio pene dalla bocca.
 ancora piccolo. Piccolo e bagnato e freddo.
- Mi dispiace, - dico.
- Cosa vuoi che faccia? - dice lei.
Una lacrima le sta scendendo lungo il viso.
- Voglio che tu mi ignori, - dico. - Voglio che mi ignori
completamente.
La lacrima smette di muoversi. Si gela a met del suo
viso.
- Okay, - dice, e un telo di qualcosa cala pesantemente
e definitivamente tra di noi.
La sveglia suona come sempre alle otto e un quarto. Alice
si allunga su di me per spegnerla. Il suo braccio riesce
a non toccarmi mentre lo fa. Si mette a sedere e si toglie
i capelli dal viso.
- Mi stai ancora ignorando? - dico.
Si lecca via qualcosa da un angolo della bocca e respira
profondamente.  ancora mezza addormentata. La luce
dalla finestra le si impiglia tra i capelli.
Non mi ha ancora guardato.
Ha guardato verso di me, ma non me.
- Beh? - dico. La mia voce suona come un pezzo di
corda bagnata.
Si tira su dal letto e va nel guardaroba. Dietro la coscia
ha un piccolo livido blu a forma di testa di cavallo. Apre
l'armadio e tira fuori dei vestiti. Guardo il livido scomparire
sotto la sua gonna da lavoro grigia. Sbottona la camicia
con cui dorme e la butta sul letto.
Sa del suo tiepido odore di sonno. L'odore parte dalla
camicia e sale su fino al mio naso, ma non mi entra nelle
narici.
Perfino il suo odore mi sta ignorando.
Si allaccia il reggiseno e abbottona la camicetta da lavoro.
Va in bagno e apre il rubinetto. Si lava i denti e sputa
nel lavandino. Scende al piano di sotto e prende le chiavi.
Apre la porta d'ingresso, poi la chiude.
Rimango a letto a lungo, dal mio lato, assicurandomi di
non toccare il cuscino su cui ha dormito lei.
Mi alzo e mi infilo la vestaglia.
Vado a pisciare.
Vado nell'altra stanza da letto e accendo il computer.
Nessuna nuova e-mail. Controllo le cose che ho messo in
vendita su eBay; tre offerenti per la lampada, diciassette
per la chitarra e alcuni dei Cd sono andati. Poi scarico un
po' di porno; tutte le clip con la descrizione fidanzata inglese
amatoriale. Lei non c'. A ogni clip che guardo, sento
che qualcosa nel mio cervello viene smerigliato via. Controllo
di nuovo le e-mail. Ancora niente. Non so cosa mi
aspetto di trovare. Controllo la mia casella spam: Hai 400
nuovi messaggi.
Duecento sull'ingrandimento del pene.
Centonovantanove sul Viagra.
Uno per dell'attrezzatura da golf scontata.
Penso a Barry e a tutti quei tizi del pub. Mi chiedo se
stiano ancora mandando avanti quella truffa del Viagra
farlocco. La prima volta che ho incontrato Barry, ha cercato
di vendermi del Viagra nel bagno del pub. Gli ho detto
che ero a posto. Lui ha detto che se mai avessi cambiato
idea avrei potuto telefonargli e mi ha ficcato in tasca un
piccolo biglietto da visita macchiato:
Barry Turner
Soluzioni per il Giardino
Piantiamo, tagliamo e tutto il resto
(tel:) 0779 664 6645
Vado in camera da letto. Prendo i jeans dallo schienale
della sedia e svuoto il contenuto del portafoglio sul ripiano
del cassettone. Will potr anche avere il biglietto
che lei mi ha scritto, ma il biglietto di Barry  esattamente
dove l'ho lasciato.
Venerd notte. Il suo lungo cappotto nero  sparito dal
gancio. E fuori. E da Will. Non torna a casa. Sono le tre
del mattino. Sono steso sul pavimento dell'atrio vicino alla
porta d'ingresso come uno straccio. Dovr calpestarmi
quando rientra. Si pulir i piedi su di me.
L'ho guardata mentre si preparava. Le sono stato dietro
mentre si truccava allo specchio del bagno. L'ho seguita
in camera da letto e l'ho guardata aprire l'armadio e tirare
fuori tre abiti diversi, tutti neri. Se li  appoggiati al
corpo e ha oscillato da una parte e dall'altra, guardandosi
nello specchio del cassettone. Ha scelto quello pi corto.
Si  messa un paio di orecchini, si  cosparsa di profumo
e si  lisciata i capelli con la piastra. Ci ha messo un'ora e
mezza. Ha ascoltato gli Erasure e poi Prince. Ha cantato.I
wanna be your lover.
Mi sono seduto sul letto e l'ho guardata prepararsi. Non
ho detto niente.
Adesso sono steso sul pavimento dell'atrio, con gli occhi
fissi sulla fessura sotto la porta d'ingresso, in attesa che
diventi da nera a blu o che Alice torni e mi trovi, qualunque
delle due cose accada per prima.
Non mi addormenter, mi dico.
Quando mi sveglio c' un giornale buttato sulla mia
gamba. Dalla fessura entra la luce bianca e splendente del
sole. Mi fa male agli occhi.
Guardo a occhi stretti il gancio del cappotto.
Il suo cappotto  appeso al gancio.
I suoi stivali sono accanto alla porta.
Lei  nella doccia. Riesco a sentirla. Sta cantando.
C' un gruppo di ragazzi che si piazzano all'inizio della
nostra strada quando cala il buio. Li incontravo sempre
tornando dal lavoro. Stanno seduti sul muretto e fumano
sigarette e bevono da grosse bottiglie blu di sidro. Sono
terrificanti. Ti guardano mentre passi e pensano a tutti i
modi possibili per scipparti.
Sto andando all'ufficio postale. Devo spedire il nostro
tostapane a un signore di Cardiff. L'attaccapanni nell'angolo
del soggiorno ha raggiunto diciassette offerte su eBay.
Il tavolino  a quota ventiquattro. Non ho ancora venduto
l'orologio del nonno, anche se  la cosa pi costosa che
possiedo.  l'ultima risorsa. Mi immagino di vendere l'orologio
su eBay e di fare magari seicento sterline e poi i
miei genitori si presentano a casa per una visita a sorpresa.
Arrivano il giorno dell'anniversario della morte del
nonno. Parliamo del nonno e poi mi chiedono di vedere
l'orologio. Rimangono seduti in soggiorno mentre io vado
di sopra e fingo di cercarlo, all'infinito.
I ragazzi mi osservano mentre passo. Notano il pacco
che ho sottobraccio.
Alice  uscita di nuovo ieri sera. Ha cominciato ad avere
un odore diverso, di sigarette rollate e di dopobarba.
Ha anche cominciato a cantare canzoni diverse sotto la
doccia; canzoni che non ho mai sentito.
- Ehi, amico, - dice uno dei ragazzi.
- Finocchio del cazzo, - dice un altro.
Gridano e mi sfottono mentre mi affretto gi per la
strada, e sento qualcosa di piccolo e duro che mi sibila dietro
la testa, un sasso o un tappo di bottiglia.
Farmi ignorare  stata una cattiva idea. Non ha aiutato.
Mi sento peggio. Mi sento ridondante. Comincio a
chiedermi se esisto ancora.
Voglio fare qualcosa di teatrale.
Voglio che Alice mi veda di nuovo.
Voglio che niente di questo sia mai accaduto.
Parlare non funziona.
Magari mi far un tatuaggio in faccia, con le parole ti
amo e SCUSA.
All'ufficio postale, l'impiegato della cassa quattro  annoiato
e porta gli occhiali. Metto il mio pacco sulla bilancia
e chiedo una tariffa postale di seconda classe per Cardiff.
L'impiegato della cassa quattro sta zitto. Devo guardare
il display della cassa per scoprire il prezzo.
Non parlo con nessuno da pi di una settimana. La mia
lingua ha il colore di qualcosa che si sta arrugginendo.
Metto la giusta somma di denaro sul banco. L'impiegato
prende i soldi. Stampa un'etichetta e l'appiccica sul mio
pacco. Preme un bottone e una voce computerizzata dice:
Prossimo cliente alla cassa quattro, prego.
Secondo la mia ricevuta sono appena passate le cinque.
Alice dovrebbe tornare a casa dal lavoro presto, a meno
che non sia uscita di nuovo con Will.
Se al mio ritorno incontro ancora quei ragazzi, gli dir
qualcosa di offensivo. Prender le grosse bottiglie blu di
sidro e le lancer in mezzo alla strada.
I ragazzi mi picchieranno. Sfonderanno a calci la mia
faccia di cazzo. Mi salteranno sulle ginocchia e mi spaccheranno
le costole e mi lasceranno steso sul marciapiede
con la faccia gonfia e insanguinata e con qualche dente in
meno.
Mi tirer su e zoppicher fino a casa. Alice sar in cucina
a cenare. Quando entrer in casa mi guarder, con la
forchetta bloccata a pochi centimetri dalla bocca.
- Oh, mio Dio, - dir, spalancando la bocca e facendo
cadere la forchetta nel piatto. - Oh, mio Dio. Povero tesoro.
Che ti  successo?
Si alzer e mi verr incontro.
Allungher le mani e mi accarezzer dolce e leggera.
Poi comincer a piangere.
Al mio ritorno i ragazzi sono ancora seduti sul muretto,
si passano la bottiglia di sidro e fumano sigarette. Hanno
i cappucci tirati su. Sta piovigginando.
Quando gli sono vicino mi fermo.
Mi guardano.
- Che vuoi? - dice uno di loro, appoggiando la bottiglia
sul muretto.
- Avanti, - dice un altro.
- Vuoi scroccare un sorso, amico? - dice un terzo.
Allungo la mano verso la bottiglia di sidro.
- Oh! - dice uno dei ragazzi.
Salta gi dal muretto e mi d uno spintone.
Qualcosa nella mia spina dorsale schiocca seccamente.
Ho paura. Mi volto e mi metto a correre, sento i ragazzi
che mi inseguono per la strada.
- Prendiamo quello stronzo! - grida uno di loro.
- S! - gridano gli altri.
Corro pi veloce. La paura di venire picchiato mi lancia
a razzo gi per la strada.
Raggiungo la porta e armeggio con la chiave. La apro,
la chiudo di botto alle mie spalle e sbircio dallo spioncino.
I ragazzi si stanno radunando in fondo al vialetto. Non
sanno cosa fare. Un paio di loro sputano verso la casa e
lanciano lattine vuote e mostrano il dito medio. Sta piovendo
forte, adesso. Dopo un po' si allontanano.
Alice  in cucina, a cenare con una ciotola di cornflakes.
Mi siedo di fronte a lei.
- Sono stato quasi menato da quei ragazzi in fondo alla
nostra strada, - dico.
Lei si porta una cucchiaiata di corn-flakes alla bocca.
- Ho appena spedito il nostro tostapane a un tizio di
Cardiff, - dico.
Lei si porta un'altra cucchiaiata di corn-flakes alla bocca.
- A volte mi chiedo se esisto ancora, - dico.
Mi alzo e vado in bagno. Mi guardo allo specchio. Scopro
i denti. Tiro fuori la lingua. Mi metto le mani sulla testa.
Ormai  da pi di una settimana che non ho una conversazione
decente con qualcuno.
Apro l'elenco telefonico nel corridoio e digito un numero.
- Dixons, buonasera, - dice la voce all'altro capo del
filo, chiara e professionale.
- Ah, s, - dico. - Stavo pensando di comprare una Tv
con megaschermo. Mi chiedevo quale tipo consigliate...
La voce comincia a elencare Tv con megaschermo. Mi
parla dei pregi e dei prezzi.
Per un po' ascolto. Poi, molto dolcemente, appoggio la
cornetta sul tavolino e mi allontano.
Ha messo le candele sul tavolo. Ci sono due tovagliette,
accanto a due coltelli, due forchette, due cucchiai da
minestra. Si  legata i capelli. Si  messa una collana. Si 
rimessa il vestito nero corto. Il forno ronza. Ne esce un
profumo di carne e sugo. Una pentola di minestra fatta in
casa sobbolle sul fornello. Alice si muove veloce dal tavolo
al forno, poi dal forno al frigo. Tira fuori una bottiglia
di vino rosso. Ha sentito da lui che  cos che fanno nei
bar di Londra. Lo servono freddo.
Mette la bottiglia in tavola e vi sistema accanto i bicchieri
da vino.
Non porta il reggiseno.
Sembra nervosa ed emozionata.
Io non sono vestito per l'occasione. Non porto i calzini.
Ho una vecchia macchia di ketchup sulla camicia.
Lei accende le candele e spegne la luce. Poi fa un passo
indietro e sorride tra s e s.
Sta spegnendo le candele e riaccendendo la luce quando
suona il campanello.
Corre ad aprire.
- Entra, - la sento dire.
Poi la voce di Will. - Sei bellissima.
La porta si chiude. Lei gli sta prendendo il cappotto per
appenderlo. Will si sta sfilando le scarpe. Un suono simile
a un bacio.
Guardo la pentola di minestra sui fornelli. Potrei rovesciarla
nel lavandino. Potrei tirare fuori dal forno qualunque
cosa vi stia cuocendo e buttarlo in giardino. Potrei versarmi
la bottiglia di vino rosso in testa e infilarmi le candele
nel naso e far cadere i bicchieri per terra.
- Vieni, - dice lei, guidandolo nel corridoio. - Scusa per
il disordine. Sono un po' disorganizzata. Oh, aspetta qua...
Entra di corsa e accende le candele, poi spegne la luce.
- Okay, - grida. - Vieni pure.
Will deve chinarsi per passare dalla porta. Mi vede immediatamente.
Mi fa un debole sorriso sorpreso e poi si
guarda i piedi.
- Ascolta, amico, - mugugna. - Non sapevo che fossi...
- Siediti, siediti, - dice Alice. - E quasi pronto.
Will si siede di fronte al forno. Le guarda la schiena
mentre versa la minestra nelle due scodelle pi eleganti
che abbiamo. Poi guarda me, giocherellando con lo stelo
del bicchiere.
- Allora, - dice.
-  carote e peperoni rossi, - dice lei, mettendo le scodelle
di minestra in tavola.
- Vino?
- Certo, - dice lui, prendendo la bottiglia e versandolo.
Mi siedo dalla parte vuota del tavolo.
- Tu... ehm... - dice Will rivolgendosi a me.
- Bene, - dice lei, facendo rumore con la sedia mentre
si sistema. Poi gli sorride. - Sono cos contenta che tu sia
venuto.
Sento qualcosa di freddo sfiorarmi la gamba. Allontano
la sedia dal tavolo e guardo sotto. E il piede di Alice.
L'ha messo sopra il piede di Will.
- Grazie dell'invito, - dice Will. Si sta rilassando un
pochino. Ha drizzato la testa e le sta sorridendo.
Mi alzo di colpo. La mia sedia cade per terra.
Vado in soggiorno e accendo la tele.
Mi siedo sul divano e scorro i canali.
Loro ridono di qualcosa.
Alzo il volume.
Ridono di nuovo. - Ah, ah, ah!
Spengo la Tv.
Torno e mi risiedo a tavola, tirando su la sedia.
- Buona, mmh, la minestra, - dice Will, lanciandomi
un'occhiata.
Ha la fronte corrugata.
Le sue mani sembrano grosse e stupide.
Prendo la bottiglia di vino rosso e mi verso in testa quello
che ne rimane.
Alice comincia a sparecchiare le scodelle e poi serve la
portata principale.  pollo. Sta usando i miei piatti preferiti;
quelli dell'universit con i dipinti dell'Italia.
- Quelli sono i miei piatti, - dico quando li mette in tavola.
- Sono dei bei piatti, - dice Will, scoprendo una parte
dei disegni con la forchetta.
- Italia, - dice, annuendo.
- Avanti, - dice Alice. - Comincia pure.
- Non so, - dice Will, guardandomi di nuovo.
- Qualcosa non va? - dice lei. - Non ti piace il pollo?
- Non  questo, - dice lui. -  solo che... - Mi indica
con un cenno.
- Cosa c' - dice lei brusca, il volto inacidito.
- Niente, - dice lui e si porta la forchetta alla bocca.
Cominciano a mangiare. Will le fa i complimenti per la
cucina. Lei si sporge e appoggia la mano su quella di lui,
accarezzandogli col pollice quelle stupide grosse dita. Gli
occhi le brillano di nuovo. Will le parla del suo lavoro, di
come abbia accettato questa nuova importante commissione.
La mostra di Londra ha dato una bella spinta alle sue
opere. Sta vendendo pi che mai, e se le cose continuano
ad andare cos forse potr addirittura trasferirsi.
- Meraviglioso, - dice lei.
Sta immaginando di andare a vivere con lui, di diventare
la moglie di un grande artista. Nella sua mente  distesa
nuda su un telo bianco e Will la sta dipingendo, catturando
per sempre la sua bellezza.
Fanno un sacco di rumore mangiando. Schioccano le
labbra e parlano con la bocca piena.
Will apre un'altra bottiglia di vino. Serra la bottiglia
tra le cosce, sforzandosi e grugnendo, e Alice lo guarda
amorevolmente, arricciandosi una ciocca di capelli tra le
dita. Il tappo viene fuori con un sonoro pop. Qualche goccia
di vino finisce sul linoleum.
Finiscono di cenare. Lei sparecchia. Rimangono a tavola,
a parlare. Finiscono la seconda bottiglia. Lei gli offre
del caff ma lui chiede se ci sia dell'altro alcool e lei
riappare con una bottiglia di vodka e due bicchieri. I miei
bicchieri.
- Salute.
- Cin cin.
- Andiamo nell'altra stanza, - dice lei, - si sta pi comodi.
No, no, non preoccuparti, sparecchio io pi tardi.
Alice barcolla leggermente quando si alza in piedi. Si
appoggia a lui, aggrappandosi con le braccia alla sua vita
come per riprendere l'equilibrio.
- Ooops, - dice lui. - Ti ho presa.
Lei non sposta il braccio.
Li seguo in soggiorno.
Will si siede sul divano, con in mano il bicchiere. Alice
 davanti a lui, e balla. Non c' nessuna musica. Lei gli
tende le braccia. Lui appoggia il bicchiere accanto a un piede.
Si alza. Le prende le mani e se le mette attorno alla vita.
Lei gli appoggia la testa sulla spalla.
Girano lentamente.
Le mani di Will sono sulla sua schiena.
Girano.
Le mani di Will sono sulla sua schiena.
Girano ancora.
Le mani di Will sono sul suo culo.
Smettono di ballare. Ora si stanno baciando.
Le mani di Will sono fra i suoi capelli.
La gamba di Alice  infilata tra quelle di Will.
La scarpa le pende da un piede.
Gli sta mordendo un orecchio.
Will si china e le bacia una spalla. Poi si ferma, con una
ciocca di capelli di Alice impigliata nella barba, e mi guarda.
- Ma cosa... - dice.
- Cosa c'? - dice lei.
- Non so se ci riesco.
- Certo che ci riesci. Vieni qui.
Gli prende la testa fra le mani, oscurandogli la vista.
Lo attira a s e gli si avvolge addosso.
Poi scopano.
Ho ricevuto il messaggio stasera:
Viagra arrivato. C vediamo nei cessi del Noose 10,30
Sto aspettando davanti agli orinatoi, senza guardare
nessuno e fingendo di lavarmi le mani ogni volta che entra
qualcuno. Me le sono gi lavate sei volte. Barry  in ritardo.
Le dita cominciano a pizzicarmi.
Oggi  marted. Marted  la serata del quiz. Domande
attutite e risate passano attraverso la fessura della porta.
Ogni volta che si apre e si chiude, lo spostamento d'aria
fa tintinnare il lavandino.
Mi sento equivoco.
Sono sobrio.
Non sono qui per guardare le maniglie.
Entra un uomo grande e grosso e ubriaco; tatuaggi da
riformatorio, anelli col sigillo, un incisivo mancante. Fingo
di chiudermi la lampo e vado ai lavandini. Mi lavo le mani
per la settima volta. Non riesco pi a sentire il sapone.
Gli sciacquoni degli orinatoi partono all'unisono. Mi
sbeffeggiano con un coro di disinfettante gorgogliante.
Se l' scopato, se l' scopato, se l' scopato, se l' scopato.
Il tizio grande e grosso e ubriaco adesso si lava le mani.
Io mi sto spellando le nocche sotto l'asciugatore; l'aria
calda  come carta vetrata.
Dov' Barry? Caro vecchio Barry, con tutti quei capillari
scoppiati attorno al naso simili a una mappa stradale
degli Yorkshire Dales.'
Adesso il tizio ubriaco si sta asciugando le mani, cos mi
sposto vicino allo specchio, toccandomi i capelli e aspettando
che se ne vada. Mi nasconderei nel cubicolo ma qualcuno
ha preso la porta a calci e ci ha cacato sopra. E uno di
quegli specchi da pub inglese, nulla pi di un quadrato striminzito
di metallo semi-riflettente imbullonato al muro.
Se l' scopato, se l' scopato, se l' scopato, se l' scopato.
Il tizio se ne va e la porta si chiude.
Il cappotto di Alice non era appeso al gancio vicino alla
porta. I suoi stivali marroni non c'erano.  uscita di nuovo
con lui. Sono in qualche posto affollato, a scopare. A
Market Square, probabilmente. Si  radunata una folla.
Qualcuno vende palloncini e piatti commemorativi. Un
gruppo di turisti applaude e scatta fotografie.
L'asciugatore si spegne.
Mi rimetto in posizione con la lampo aperta a met davanti
all'orinatoio in fondo a sinistra.
Qualcuno ha scritto:
il 1*44* ^M). IWtAt IaM>4*4>. t fiaJjLt)
sulle mattonelle, con un pennarello.
Subito sotto, qualcun altro ha scritto:
VAWAtfCULO
Entra Barry.
- Cazzo, amico, scusa, - dice. - Non crederai mai che
razza di serata ho passato.
Barry ha ragione. Non credo alla serata che ha passato.
Mi racconta una lunga storia contorta su questa puttanella
tedesca che si sta sbattendo di nascosto.
Ascolto solo a met.
Non riesco a guardarlo negli occhi.
Alla fine fruga nella tasca della giacca di tweed e tira
fuori una caramella molle, due biglietti della lotteria e il
piccolo contenitore di un rullino. Me lo porge. Dentro c'
qualcosa che tintinna.
Se l' scopato, se l' scopato, se lo sta scopando adesso.
- Non vergognartene, amico, - dice. - Succhia una di
queste stronzette e ti ritroverai a spaccare la legna col batacchio.
Duro come una roccia, garantisco.
Apro il coperchio del contenitore e faccio cadere le pillole
sul palmo della mano. Sono ovali e azzurre. Ce ne sono
quattro.
- Me ne serve solo una, - dico.
Non sono un uomo. Sono un attaccapanni.
Sono in piedi in un angolo del soggiorno, nudo. Il suo
cappello preferito pende dalla mia erezione. Sono qui da
troppo tempo. Comincio a sentire freddo.
Sento una chiave nella serratura e poi i suoi stivali in
corridoio, stanno venendo da questa parte.
Lei accende la luce e si ferma nell'atrio. Gira lo sguardo
per la stanza, ma non verso di me. Poi si gira e va in
cucina. La sento fischiettare. Mi levo il berretto. Ho il pene
cos duro che sta quasi facendo rumore.
Lei  in cucina.
Sta preparando del caff solubile.
Mi accosto furtivo alle sue spalle. Il mio pene per sbaglio
fa cadere la saliera dal tavolo. Si spacca sulle mattonelle.
Lei non fa una piega.
Riempie una tazza di acqua calda e la mescola con un
cucchiaino. Si gira e mi passa accanto. Un leggero odore
di sigarette rollate.
Guardo il mio riflesso nella finestra che d sul retro.
Sono ancora qui. Esisto ancora.
Sento la Tv che si accende nell'altra stanza e un fracasso
in lontananza, come se un gatto fosse caduto da uno
steccato. Sento il sibilo del mio respiro. E qualcos'altro,
anche. Un lieve ronzio. Mi chino. Proviene dal mio cazzo
- un brusio, come quello di una vespa intrappolata in un
bicchiere.
Rimango fermo sulla soglia.
- Alice, - dico, - ho sbagliato. Non voglio che continui
a ignorarmi.
Lei beve un sorso di caff.
- Far qualunque cosa, - dico.
Appoggia la tazza accanto al piede e si gratta il naso. Si
soffia via un ciuffo di capelli dalla faccia.
- Dimmi cosa vuoi e lo far.
Rimango sulla soglia per tutta la durata di un dibattito
in Tv. Il ronzio del mio pene diventa cos forte che riempie
la stanza e fa tremare le finestre. Lei deve sentirlo per
forza. Le chiedo in continuazione: - Cosa vuoi che faccia?
Poi capisco.
So che cosa vuole.
Alla fine sbadiglia e spegne la Tv. Spegne la luce. La
seguo lungo il corridoio e su per le scale e in camera da letto.
 in piedi davanti allo specchio, si sbottona il cardigan,
si toglie la maglietta, si slaccia il reggiseno, salta fuori
dai jeans. Dietro di lei, nello specchio, i miei occhi sono
grandi e neri. Si toglie le mutandine. Guardo la mia
mano che le si avvicina da dietro. La guardo mentre le tocca
la spalla. Mi sono quasi dimenticato com' la sua pelle.
 liscia e morbida e fredda come il ghiaccio. Lei non sussulta
n si scosta. Non fa niente. La guardo negli occhi allospecchio. La faccio girare verso di me.
Il mio cazzo ronza forte tra di noi.
Alice cammina lentamente per la stanza. Mattina; 
troppo tardi per andare al lavoro. La sveglia non ha suonato
perch  stata spedita a una donna di Portsmouth.
Alice ha le gambe leggermente arrossate. I capelli le ricadono
sulla faccia mentre tira fuori un paio di mutande da
un mucchio di vestiti ai piedi del letto. Sono le prime a essere
indossate.
Ciao ciao, vagina.
Sono steso, la guardo mentre si veste. Si aggancia il reggiseno
attorno alla vita, se lo tira su sui seni. Vedo i nodi
bianchi della sua spina dorsale. Vedo i capezzoli riflessi
nello specchio sul cassettone. Li vedo sparire nelle coppe
del reggiseno. Ciao ciao, capezzolo sinistro.
Ciao ciao, destro.
Poi  il turno della bocca, interrotta da ciocche di capelli.
Non ne esce alcun suono. Si copre braccia e spalle
con il cardigan. La pancia scompare, bottone dopo bottone.
Le dita le tremano. Guardo il denim dei jeans inghiottire
la voglia a forma di coscia di pollo sulla gamba.
Ciao ciao, ginocchio, gomito, caviglia e culo.
Ciao ciao, clavicola, lenti a contatto e polpaccio.
Ciao ciao, pelle d'oca.
Quand' sparita del tutto, si avvicina per rifare il letto
come se io neanche ci fossi. Tira le lenzuola, sprimaccia i
cuscini, piega, liscia e rimbocca. Io rimango steso li come
un oggetto di legno, insensibile.
Lei adesso  in corridoio, vicino al telefono. Sento un
rumore di chiavi, un tintinnare di monete e il bip di un
nuovo messaggio ricevuto. La sento tirare su la lampo degli
stivali, prendere la borsa e fare quattro passi fino alla
porta. Alla fine, sento il fruscio del traffico e degli alberi.
Dopo un po' mi alzo. Non mi vesto. Scendo gi nudo
e vado in corridoio vicino al telefono. Il suo cappotto non
c' pi. I suoi stivali non ci sono pi. Questa volta non
torneranno indietro.
Ha lasciato la porta d'ingresso aperta e per un po' sto
fermo sulla soglia. Una mattina fredda e luminosa, l'asfalto
bagnato di rugiada. Passa una macchina. L'automobilista
mi guarda in modo strano, e borbotta qualcosa fra s e
s. Cammino lungo il vialetto e mi fermo sul marciapiede.
Un ragazzino in lontananza urla qualcosa. I suoi amici mi
indicano e ridono. Qualcuno nella casa sull'altro lato della
strada sta guardando dalla finestra di una camera da letto.
Guardo su e gi lungo la strada. Niente. Se n' andata.
Allora ripercorro il vialetto e rientro in casa e mi chiudo
la porta alle spalle.
William spinge Helen all'indietro verso il letto. Lei ci
si lascia cadere sopra, sentendo il piumone freddo e rigido
contro la schiena. Tira su le ginocchia e spalanca le gambe.
Le tende sono tirate. La luce nella stanza  fredda e
gialla ed elettrica. Lui sale sul letto, si posiziona sopra di
lei, armeggia goffo con un preservativo, lo apre coi denti
e se lo infila con la mano libera, senza mollare la videocamera.
Mantiene il mirino fermo su un occhio. La videocamera
gli copre gran parte della faccia. Lei riesce a vedergli
solo la bocca, che  serrata, e l'occhio sinistro, che 
una fessura.
Helen ha fatto un sacco di cose nel suo lavoro.
Ha pisciato dentro a oggetti, se ne  infilata dentro, ha
pronunciato davanti alla videocamera ogni sorta di battuta
oscena.
Ma questa  la prima volta che avr effettivamente fatto
sesso per denaro.
Helen non sa cosa fare con la faccia. Di solito, mentre
viene ripresa, la videocamera si muove lungo il suo corpo.
Zooma sui seni o sulla vagina, lasciandole la faccia libera
di fare quello che vuole. La sua faccia assume un'espressione
annoiata o fintamente seria o davvero seria o assente,
e le vengono in mente cose tipo aver dimenticato di registrare
un programma in Tv per Corrine o quello che racconter
a sua mamma quando la richiamer pi tardi.
Ma William non ha spostato la videocamera dalla faccia
di Helen. Non ha fatto una panoramica del suo corpo.
Lei fissa intensamente l'obiettivo, guardandolo avvitarsi
e aprirsi.
Cerca di sembrare una donna desiderabile.
Sbatte le ciglia.
Apre la bocca.
Si passa la lingua sul labbro inferiore.
Lascia andare un respiro leggero tra i denti con un seducente
oooh.
La punta del pene  a pochi centimetri dalla sua vagina.
Non  abituata a usare nessun tipo di lubrificante e si
accorge di non essere bagnata. Si mette una mano sulla
pancia, la fa scendere verso la vagina, ma poi si sente ridicola
e l'abbandona lungo un fianco.
Lui non sposta la videocamera dalla sua faccia. Gli si
vedono le vene del collo. Ha dei ciuffi di peli sul petto. Le
sembra di sentire il suo cuore che batte.
Helen si sente diventare completamente elettrica e, per
la prima volta, immagina che cosa succeder dopo; lui che
riavvolger la cassetta dopo che lei se ne sar andata, seduto
nel buio con la mano infilata nei pantaloni, a guardare
la sua faccia che si produce in una serie di ridicole
espressioni da pornostar.
Non  nervosa. Non  nervosa. Helen  un'attrice.
La punta del pene adesso  a pochi millimetri dalla sua
vagina.
- Oooh, - dice lei, sbattendo le ciglia davanti all'obiettivo.
- Scopami.
Lui si gela.
- Ti prego, - dice lei.
Il suo pene  a un millimetro dalla vagina.
Si sente un bip e la lucetta rossa si spegne.
Lui si scosta la videocamera dalla faccia, si tira su a sedere
e si sposta sul bordo del letto, senza guardarla in faccia.
Appoggia la videocamera accanto a s. Si sfila il preservativo
e si prende la testa tra le mani. Helen riesce ancora
a vedere il pene, che gli sbuca fra le gambe. Ha un
aspetto assurdo, in contrasto con il resto del corpo che 
pallido e floscio, triste.
- Ho fatto qualcosa di sbagliato? - dice, senza la voce
porno.
Lui scuote la testa.
Helen sa di aver fatto qualcosa di sbagliato, ma non riesce
a capire cosa.
-  impossibile, in ogni caso, - dice lui. - Quello che
stavo cercando di fare.  impossibile.
- Oh, - dice Helen. - Okay.
Vuole toccargli la schiena. Sa che non far la bench
minima differenza, ma desidera davvero allungare la mano
e toccargli la schiena, e vuole che lui sappia che lei non
deve per forza toccargli la schiena, che non fa assolutamente
nulla che non voglia, ma che l'ha fatto comunque.
Lei si avvicina, attende qualche secondo. Lui non sembra
reale. Sembra la parodia di qualcosa, come se fosse stato
rivoltato, e lei si sente male al pensiero di essere lei a vedergli
dentro. Vuole dirgli che va tutto bene. Vuole dirgli
che tutti quanti sono incasinati. Vuole raccontargli alcune
delle strane cose che la gente le ha fatto fare per soldi.
Allunga la mano e gli tocca la schiena.
Lui sussulta.
Si alza in piedi.
Si volta verso di lei.
Helen gli guarda il pene, che  ancora incredibilmente
duro e punta verso la sua faccia come un dito arrabbiato
e ronzante. Sta emettendo un suono.
Helen vuole ridere. La sente montare dentro; una risata
isterica e violenta come una pentola piena d'acqua, che
bolle e trabocca. Mantiene la faccia seria ma lascia che la
risata le fluisca silenziosamente dentro.
Lui si accorge che lei gli sta guardando il pene. Se lo
guarda anche lui.
-  Viagra, - dice.
- Ah, - dice Helen.
Lo guarda in faccia.
La risata si trasforma da acqua che bolle in sale. Le cade
con uno scroscio secco sul fondo dello stomaco.
- Quanto dura? - chiede Helen.
- Pi o meno dodici ore, - dice lui.
- Oh mio Dio, - dice lei.
Non riesce a trattenersi. Ricomincia a ridere, stavolta
apertamente. Lo immagina preparare la cena, lavarsi i denti,
leggere un giornale, tutto con quella ridicola pulsante
erezione.
- Non ti rende le cose difficili? Voglio dire, se vuoi
uscire o altro?
La sua espressione cambia; non un sorriso, ma qualcosa,
come l'angolo di una tenda che si solleva lasciando entrare
un filo di luce.
- Non esco spesso, - dice lui, raccogliendo i vestiti.
Quando Helen era Clair - circa a otto anni - i suoi genitori
l'avevano portata in una fattoria. Una di quelle aperte
al pubblico. C'erano anche altre cose, l; go-karts, saltarelli,
un negozio di souvenir. Probabilmente non era una
vera fattoria, che dava dei prodotti. Gli animali venivano
allevati solo per essere toccati. Era stato durante le vacanze
estive - una giornata di sole, ormai sbiadita a un giallo-seppia
nella memoria di Helen.
- Vai, su, - aveva detto sua madre.
Stavano guardando una pecora. La pecora stava annusando
il recinto o masticando un ciuffo d'erba.
Clair aveva avuto paura. Aveva pensato che la pecora
potesse farle qualcosa di strano e di cattivo; morderla in
faccia o prenderla a botte in testa con gli zoccoli. Non ne
aveva voglia, ma si era comunque incamminata verso la
pecora, per far piacere a sua madre.
Clair aveva allungato la mano. La pecora si era avvicinata.
Le aveva leccato la mano e Clair aveva sentito la strisciata
ruvida della lingua sul palmo.
Era rimasta sorpresa.
Era bello, e si era sentita stupida per aver avuto paura,
e si era chiesta se ci fosse un modo per far s che quello diventasse
un lavoro; se uno potesse farsi assumere per starsene
li a farsi leccare il palmo della mano tutto il giorno.
Pi tardi, avrebbe voluto chiederlo a sua mamma. Ma
anche a otto anni sapeva che era una domanda stupida da
fare ad alta voce.
Quando Helen esce dalla casa  buio. Evita con attenzione
le lumache e arriva in strada. Sta ancora piovendo.
Lui le ha dato i soldi in una busta, che non ha ancora aperto.
Sopra non c' scritto niente.
 tornata in bagno e si  rimessa i suoi vestiti.
Ha dovuto soffocare il bisogno di parlargli ancora, per
chiedergli se c'era qualcosa che poteva fare, tipo se avesse
bisogno che gli facesse la spesa. Ovviamente non glielo
aveva chiesto. Si era sentita stupida. Non aveva chiuso a
chiave la porta del bagno. Aveva continuato a immaginarsi
quale aspetto lui avrebbe voluto che lei avesse. Si era dovuta
trattenere pi o meno cinque volte dal tornare in camera
da letto e dire Proviamoci di nuovo.
Che cazzo stai facendo? si era chiesta, infilandosi i collant.
- Puoi tenere questi, se vuoi, - aveva detto lui quando
era tornata in camera da letto.
Le aveva porto un sacchetto di carta; i vestiti che aveva
indossato.
Lei non sapeva se li voleva o no, ma aveva detto comunque
grazie e gli aveva sorriso. Lui doveva essersi accorto
di quanto si sentisse strana, perch le aveva detto:
- Puoi darli tipo a un negozio dell'usato.
- Va bene, - aveva detto lei.
Poi le aveva dato la busta. L'aveva tirata fuori dalla tasca
dei jeans.
- Non puoi essere stato sempre cos, - avrebbe voluto
dire Helen. - Cos' successo?
Invece lo aveva ringraziato di nuovo e aveva preso la
busta.
Lui non aveva detto nient'altro. L'aveva accompagnata
alla porta, con quella ridicola protuberanza nei pantaloni,
che lo faceva stare un po' gobbo e camminare in modo
strano.
Quando lo aveva salutato con la mano, non era riuscita
a capire se lui avesse risposto al saluto. L'atrio era buio
e la porta si era richiusa troppo velocemente.
Anche con le luci accese, la casa  buia. Buia e umida,
e puzza di vestiti bagnati. Helen  sicura che  questa casa
a farle diventare i capelli crespi durante la notte. E sicura
che  la casa a farle diventare il corpo umido, dentro. Al
mattino il suo cuore  ricoperto di gocce di condensa. I polmoni
hanno cominciato ad arricciarsi come libri fradici.
Non  nemmeno divertente vivere qui.
Helen tira fuori il cellulare dalla borsa. Due chiamate
perse. Mamma e Duncan. Le viene voglia di buttarlo nella
spazzatura.
NIENTE DA MANGIARE - Sta appiccicato sulla Tv - E NIENTE
CARTA IGIENICA. SCUSA. USA LO SCOTTEX IN CUCINA.
Helen non ha fame e non  stanca.
Sale al piano di sopra e si infila comunque a letto, col
cappotto ancora addosso. Si mette una manica in bocca e
annusa.
Alla fine, arriva un sogno. Helen  di nuovo a casa di
William, e indossa i vestiti del sacchetto di carta. Sta mettendo
delle cose sulle mensole; un vaso di fiori, una foto
incorniciata, la statuina di vetro di una ballerina, un vaso
per biscotti in porcellana da settanta pence.
Va in cucina e mette in tavola delle tovagliette degli
Yorkshire Dales. Tira fuori dalla tasca dei jeans un grosso
tappeto arrotolato e lo stende sul pavimento di legno.
Sta salendo le scale.
Sta appendendo le tende.
Sta aprendo la porta della camera da letto.
Poi inciampa in qualcosa. Qualcuno le sta toccando la
spalla e la sta scuotendo dolcemente per svegliarla. La stanza
 buia e all'inizio pensa che si tratti di Corrine. Helen
guarda la persona strizzando gli occhi. Non  Corrine. 
la sorella.
- Che c'? - chiede Helen. - Stavo dormendo.
- Vieni qui, - dice la sorella. - Voglio mostrarti una
cosa.
La sorella scende dal letto e va verso l'armadio.  nuda.
- Cosa? - dice Helen, rimettendosi il piumone sulle
spalle infreddolite e umide.
- Vieni qui, - ripete la sorella.
Helen scosta le coperte ed esce dal letto, con addosso
ancora gli stivali e il cappotto, i capelli che cominciano a
incresparsi e una goccia di acqua fredda che le cola lungo
il cuore. Va dalla sorella. La sorella apre l'armadio e guardano
i vestiti di Helen. La sorella li passa in rassegna, prende
una maglietta, una gonna. Va al cassettone e tira fuori
della biancheria.
- Stai guardando? - dice la sorella.
- S, - dice Helen.
La sorella si infila i vestiti, lentamente, a uno a uno, in
modo quasi sarcastico.
- Bene, - dice la sorella, una volta vestita, piroettando
su se stessa e facendo il verso alle modelle. - Chi sono?
Helen non vuole parlare. Tiene le labbra incollate.
- Avanti. Chi sono?
Helen la guarda. Non c' altro da dire.
- Sei Helen, - dice.
- Giusto, - dice la sorella. - Brava. Dieci e lode. E allora
tu chi sei?
- Anch'io sono Helen, - dice Helen, rendendosi conto
di quanto sia patetica.
- Non ci possono essere due Helen, - dice la sorella.
- No, - dice Helen, lentamente, guardandosi la mano,
dove nello smalto nero sull'unghia dell'indice sinistro si
sta aprendo una piccola crepa bianca. - Immagino di no.
- Quindi? - dice la sorella.
- Io sono un'attrice, - dice Helen. - Posso essere chiunque
mi pare.
- Tu sei Clair, - dice la sorella.
- Potrei essere Amanda, Angela o Alice se volessi, - dice
Helen. - Kate, Chloe o Camille.
- Tu sei Clair, - dice la sorella, e Clair annuisce.
- Va bene, - dice. - Va bene. Sono Clair.
Si siedono sul bordo del letto. Si abbracciano. Non 
un addio. Si organizzano per restare in contatto. - Mettiti
questi, - dice la sorella, indicando i vestiti nel sacchetto
di carta.
Clair si toglie gli stivali neri e il cappotto e la gonna e
la maglietta e la biancheria, e si infila i vestiti arrivati dal
futuro. Va davanti allo specchio lungo e guarda come le
stanno.
- Stai bene, - dice la sorella.
- S, - dice Clair.  vero.
Va al cappotto. Tira fuori la busta e la apre. Dentro ci
sono cinquecento sterline in grosse banconote rosse da cinquanta.
Ne prende trecento, le arrotola e se le infila nella
tasca posteriore dei pantaloni. D il resto alla sorella.
- Questi sono per Corrine, - dice. - Per l'affitto.
- Bene, - dice la sorella. - Cosa farai?
Sono le tre e qualcosa del mattino. Corrine  ancora al
casin. Il suo turno finisce tra un'ora.
- Andr tutto bene, - dice Clair. - Mi far viva.
Clair rimane ferma davanti alla casa con un cappotto
preso in prestito a Corrine, un parka enorme con la pelliccia
sul cappuccio e sui polsini. Tira fuori il cellulare, lo
guarda senza chiamare nessuno. Se lo rimette in tasca.
Ci vorrebbe mezz'ora a piedi per andare a casa di sua
madre.
Ci vorrebbe un'ora e mezza a piedi per andare a casa di William.
Ci vorrebbero sei giorni per andare in quella fattoria con la pecora.
Qualcosa le formicola nello stomaco; una sensazione che le cose accadranno, che finalmente le accadranno delle cose. Nell'aria c' odore di piccoli fal spenti e il rumore di un gatto che cade da uno steccato. Le cose sono brillanti e chiare in cielo. Scende in strada, si volta decisa e s'incammina.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Un ringraziamento speciale a: Charlene Sawit, Steven Hall, Francis Bickmore, Jamie Byng e a tutti gli altri della Canongate, mia madre e mio padre, gli amici, la famiglia, e a chiunque abbia letto la prima stesura di questo romanzo. Per un elenco di ringraziamenti pi lungo, e altre cose, potete andare Su: www.thebirdroom.org.uk
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FINE.